“Cara Françoise,
io considero la teoria un linguaggio dove concetti, deduzioni e leggi formano la struttura intrinseca paragonabile a quella delle parole nel linguaggio comune. Diagrammi e proposizioni diventano linguaggio come mezzi veri e propri di linguaggi.Questi lavori io li chiamo cliché e rappresentano la matrice contenutistica di una analisi ridotta ai minimi termini. Da un presupposto teorico costruisco un discorso di una o più cartelle scritte. Poi per mezzo di una decantazione logica sintetizzo in assioma tutto il contenuto emerso. La mostra che sto preparando vuole dimostrare come il desiderio di sapere e assoggettare ci ha fatto perdere il contatto con lo spazio; ci ha insomma tolto il privilegio di essere al tempo stesso abitanti e parte dello spazio. Infatti, individuato il territorio, abbiamo perso di vista il contenitore diretto del territorio, cioè l’atmosfera spaziale. Poi abbiamo notato che il territorio a sua vita è divisibile in tante parti. Abbiamo misurato, analizzato queste parti dando origine a quelle differenziazioni che stanno alla base dei conflitti. Di pari passo la cultura ha seguito i nostri interessi; tutta una cultura che è diventata retaggio e che richiede tempo per superare la propria statica interessata. È pertanto prevedibile che nel tempo la cultura entri a far parte del nostro patrimonio genetico: ovviamente si tratterà di una cultura puramente oggettiva. Allora senza impedimenti ritroveremo nella memoria liberata lo spazio primitivo e con esso l’indifferenza verso la cultura per la cultura e le cose per le cose. Per arrivare a questo saremo facilitati dal comportamento perché in fondo il comportamento non è altro che la realtà partecipe di ogni singolo da quel tanto che ha a tutto ciò che può e conclude”.
Vincenzo Agnetti
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