Canti:
"Natura umana, or come
Se frale in tutto e vile,
Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?"
Come è possibile, in questa condizione di finitudine,
di fragilità, in questa esposizione al declino, al vuoto,
il sentire alto?
Giacomo Leopardi
mercoledì 28 dicembre 2016
Zibaldone, 7 Giugno 1820
Zibaldone, 7 Giugno 1820
[...]
"la nostra rigenerazione dipende da una, per così dire, ultrafilosofia, che conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura".
Giacomo Leopardi
[...]
"la nostra rigenerazione dipende da una, per così dire, ultrafilosofia, che conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura".
Giacomo Leopardi
VAR & ROE
Il guizzo di un’idea, che cerco di
ingabbiare – aspetta non fuggire, lasciami qualche brandello – via di corsa
sulla tastiera – notepad e picchiettio confuso e veloce per fermare i
frammenti, scritti male, senza una corretta ortografia. Serviranno da schema
per qualcosa che non si può incasellare:
racconto dul nonno / la caccia / rurare / contadino contrada via / poca conoscenza i suoi occhi /
mio nonno costruì la sua casa con i sassi / la relatrice
di sinistra, giornalista / mostra la grammitica, la non grammatica di pisolini
/ passione / mostra pasolino come un babino / la banalita del male / l'articolo
per repubblica / trno in ufficio / il var il roe / che palle / telefonata
Mi piace che rurale sia diventato rurare. E’
divertente che Pasolini sia diventato pisolini/pasolino, ha conservato la sua natura di babino, scusate volevo di bambino.
VAR & ROE (luciopicca)
Value at Risk &
Return on Equity
Non tutto è valutabile, menomale che
esistono i rischi.
Il ritorno non è mai equo – corre sopra, sotto le righe –
Prova a prenderlo?
Mi alzo, la
sveglia: drin, drin, drin.
Non fa proprio
così.
È un suono
elettronico, è una radio sveglia nera a led rossi, bello il colore rosso!
Mi ronzano frammenti
di idee, parole, stati d’animo.
Come’è il mio
animo?
Il nonno, mio nonno
lo chiamavano Adolfo. Il suo vero nome era Dante.
Era del 1905, nato
nel mese di gennaio, nella vigna, voglio
dire in campagna, sui colli albani, nei Castelli Romani. Era un bacciante
agricolo, possedeva un ettaro di terra e la vigna.
Coltivava, tra le
altre cose, le viti, amava il vino.
Varie qualità di
uva – moscato, bellone, malvasia – In un angolo della vigna aveva quattro viti
di greco, per lui il greco era un frutto, era una qualità d’uva oltre ad essere
una lingua.
Sapeva appena leggere
e non scriveva mai, qualche firma.
Lavorava come
bracciante e poi si ritirava nel suo vigneto, lo accarezzava con la zappa, con
la vanga. Grattava il vialetto che divideva la vigna, gli toglieva le erbacce,
diceva – bello il rasaletto , così lo
chiamava nel suo dialetto.
Devo comprare del
solfato di rame, contro i parassiti della vigna.
Per lui i parassiti
si tenevano a bada con il solfato di rame.
Era il suo mondo, fatto di terra, uva, piante, attrezzi agricoli e stagioni. La
sua vita era scandagliata dalle stagioni, il lavoro aveva il ritmo agricolo.
Iniziava all’alba e finiva al tramonto. Coltivava, faceva crescere. Il sudore
sulla maglia, mentre vangava. Non usava il “motore”, non gli piacevano i
trattori, mi diceva – fanno rumore –
l’uva si spaventa, non mi concede il suo nettere migliore , lo trattiene perché
ha paura, la vigna non vuole rumore, vuole sussurri, carezze, qualche graffio
leggero, fatto solamente dal suo contadino, non da altri. La terra è madre, è
donna, ci vuole dedizione, abnegazione. Meglio la mia vanga, la mia zappa, il
mio sguardo – guarda c’è questo acino che soffre, non è integro hai dei
puntini, non è come gli altri ha delle difficoltà. Guardalo è diverso, è in
difficoltà. Ebbene, lo aiuteremo, è in
grado di trattenere più zucchero.
Trasformerà per noi
il sole in bevanda afrodisiaca.
Non è vero, è una
falsità. Lui diceva – Dobbiamo toglierlo!
Mi piace pensarla
diversamente.
Del trattore era
vero, non amava il rumore. Voleva sentire i suoi animali, il cane, il gatto, i
suoi conigli, le galline.
Mi diceva vieni che
facciamo un gioco.
Costruiva lui i
giocattoli, con il legno, le bacchette degli ombrelli vecchi. Con un ramo,
dritto, di sambuco mi costruiva la cerbottana, ero contento. Nella mia casa non
esistevano questi giocattoli, i miei amici non aveveno giocattoli simili , nei
negozi non li vendevano. Erano solo per me, costruiti su misura per me da mio nonno.
Grazie nonno!
Amava la caccia.
L’unico rumore che
accettava era il –bum, del fucile.
Preparava lui stesso
le munizioni, le cartuccie.
Faceva del male,
uccideva degli uccellini. Il dolore era presente, annientava delle vite. Era inserito
nel suo contesto di contadino. Viveva non solo sulla ma anche nella terra.
Seguiva il suo ritmo, era predato e
predava.
Il signor Bacchini
Tortore dava lavoro a mio nonno, lo sfruttava lo predava.
Cosa dire, ero un
bambino di cinque anni, seguivo la sua mole. Mi faceva usare una piccola zappa
– vai togli quell’erbaccia – mi
diceva.
Ricordo i suoi
occhi, celesti, profondi, erano finestre immense aperte su un mondo che non
conoscevo, erano salti, piegamenti. Nonno mi sono fatto la pipì adosso, la
mamma mi sgrida adesso. Non preoccuparti , vieni andiamo nel tinello a cambiare
i calzoncini.
Perché mi alzo il
mattino con questi pensieri, questa voglia di scriverli, perché?
Qual è il motivo?
Mi telefona
Ombretta, un’amica di famiglia.
Ciao, come stai?
Stavi dormendo?
No, sto scrivendo.
-Arriva Cristina,
sua figlia di cinque anni e dice – mamma
le ciliegie sono mature!
Salto carpiato, la
telefonata mi ha spezzato il pensiero.
Ricade, malconcio
sulle mie dita, si, perchè i pensieri prendono corpo sulle mie dita.
Tic, tic, tic, tic.. non c’è il tac.
E’ un ticchettio,
della tastiera: I pensieri sono digitazione
continua su quadrettini di plastica, all’interno di un rettangolo grigio.
Che bello!
Sul mio monitor
appaiono le lettere e le parole, con qualche errore ortografico, digito troppo
veloce e tralascio le lettere o le aggiungo, creo delle nuove parole, un’altra
ortografia. Mi verebbe la voglia di non correggerle, lasciarle lì, come
l’acino malato.
Ho perso il filo,
la telefonata ha spezzato l’incanto.
Mi riapprorpio
delle dita, dei muscoli delle mani e via ridecollo sopra , dentro, nel mio
pensiero: sempre imprendibile: - il mio pensiero cammina un passo avanti a me –
Vieni qui! Per favore.
La relatrice di
sinistra, la giornalista.
Non ricordo il suo
nome, mi sfugge. Mi ero iscritto ad un corso sulla grammatica filmica di Pier
Paolo Pasolini. Una ragazza, simpatica, viva, vivace, decantava i films del
bolognese: La ricotta, Accattone, Il
vangelo secondo Matteo, Il decameron, Teorema, ecc, ecc...
Salò o le 120 giornate di Sodoma, mi rimase impresso. Fu un graffio sulla mia pelle.
La banilità del
male – questo era l’argomento -.
Assuefazione, parla proprio
dell’assuefazione. L’uomo si abitua, si abitua a tutto.
Non vede l’enorme
capacità che ha di distruggere, non dico decostruire ma distruggere.
Distruggiamo la capacità
d’amare, non siamo più in grado, ci ubriachiamo di bisogni, di successi. Le
nostre identità diventano potere che si scontra con altro potere, non multicultura.
Ci vorrebbero sinergie di identità.
Pasolini era sgrammaticato. I suoi films, volutamente,
non rispettavano le regole filmiche – era un iconoclasta dell’immagine.
Pasolini percepì
la solitudine, che oggi viviamo.
Non lo seguo fino
in fondo, preferisco Italo Calvino.
Torno alla mie
dita, ai miei ricordi, ai pensieri. La relatrice parlava, spiegava, mostrava
spezzoni di films. I suoi occhi parlavano, erano
finestre immense aperte sul mondo.
C’era passione
vera, mischiava il suo sangue alle parole, i suoi muscoli mostravano
direttamente Pasolini, il video era un
accessorio. Gli spezzoni dei film si potevano vedere nelle pieghe del suo viso,
nell’inclinazione dello sguardo, sotto la sua pelle.
Ti trasportava, ti
coinvolgeva nel suo viaggio, andavi in apnea.
Uhh! Che
immersione!
La relatrice, coltivava Pasolini, come mio nonno la
vigna.
Il giorno dopo vado
in ufficio, sul mio desk dei report sul VAR (Value at Risk), delle analisi sul
ROE (Return of Equity).
Il mio capo che
dice: - Lucio devi praparare qualche slide
per il meeting con le banche sudafricane. Vai e raccontagli due cazzate, poi
gli offri un aperitivo e ti congedi.
Che palle!
Vado a prendermi un
caffè e inizio a lavorare.
luciopicca
Passo, scalvalco, avvinghio il bordo
Francis Bacon – Study from
the human body 1973-74
Passo, scalvalco, avvinghio il bordo
Seguendo il perimetro, a me sconosciuto.
Il muscolo è utile, nell’inutile scivolio
Ci vorrebbe, sistemerebbe …
Passo, scalvalco, avvinghio il bordo
Appeso all’interruttore di un motore, a me sconosciuto
Accendo, ne accendo…
Brusio di fondo, lampi controllati
Riflesso verde, porpora…
Confuso nelle linee, mantengo le curve
Mie curve, credo…
Appeso all’interruttore di un motore, non vorrei conoscere
Spengo, cerco di spegnere
Legato al brusio, schiavo
Scivolo, ne scivolo
Passo, scalvalco, avvinghio il bordo
luciopicca
Zora
Zora by Matt Kish
Ma inutilmente mi sono messo in viaggio per visitare la città: obbligata a restare immobile e uguale a se stessa per essere meglio ricordata, Zora languì, si disfece e scomparve. La Terra l'ha dimenticata.
domenica 25 dicembre 2016
Bicicletta
Bicicletta
Ho intenzione di fare un giro nella nebbia,
ma questa mattina c'è il sole.
La bici è un disegno -strambo-,
ma ha un faro giallo acceso.
luciopicca
venerdì 23 dicembre 2016
Man next door
Nelle galassie oggi come oggi
Montanari – Nove
– Scarpa
Giulio Einaudi
Esperimento in versi e musica per tre scrittori.
Raul Montanari
Sulle
note di Man next
door – Massive
Attack
Massive Attack
Man next door
C’è questo tizio
della scala accanto,
non l’ho mai
visto in faccia, ma lo sento,
un’ombra, qualche
volta, giù all’ingresso,
sempre di spalle,
sarà solo un caso.
Non vuoi sederti?
Cosa bevi? Dimmi.
Io niente. Ho già
bevuto pure troppo.
Magari
dopo....allora, ti dicevo,
c’è questo strano
tipo, proprio dietro la parete,
- ci pensi
all’ironia delle distanze?
a due metri da
te, là, dietro il muro,
a un solo metro a
volte, e lì magari
c’è un pazzo, un
genio, l’uomo che aspettavi,
ma si, il tuo
grande amore, una ragazza....
dico per
me...comunque lui o lei
sono a due passi,
e non li incontri mai.
Se è vero che la
tua vita è un mistero,
lì c’è la
soluzione, e non la vedi.
Ma non è questo
il caso. Il mio vicino
lo sento far
rumore, a volte piano,
a volte forte, di
notte, di mattina,
solo di giorno
non c’è mai... mi sembra.
Che belle scarpe
hai. No, dico scarpe
Ma a me piacciono
i piedi, delle donne.
Sì, ce ne sono
tanti come me.
Chissà, anche lui
magari...Ecco...lo senti?
I passi...sono i
suoi. No, adesso è fermo,
non lo sentivi
prima? Se si muove
ancora te lo
dico, stacci attenta.
Be’, porterà in
case le ragazze,
almeno credo...
non so che età ha...
sento rumori di
ogni tipo, musica,
risate, a volta
grida soffocate,
sai quelle
cose... non ti imbarazzare.
Non è che mi
ossessioni, è come un hobby
questo vicino,
questo strano uomo.
Come una porta
che dà su un altro mondo.
Mi capita perfino
di sognarlo.
Sì, lo vedo di
spalle, in molti posti
diversi, che poi
è sempre casa sua,
si gira piano,
sai, come nei film,
ma io mi sveglio
prima, per l’angoscia.
Ma no, dai, non è
tardi, stiamo insieme
ancora un po’. Lo
so che sei curiosa.
Mi sembra che lui
faccia quello che
non posso fare
io. Lo dico a tutte.
Che cosa? A
tutti, ho detto. Sì, lo dico a tutti.
Per me lui sta in
un mondo parallelo
fatto di questi passi,
fatto di ombre,
di tutti i modi,
di tutte le forme
in cui m’immagino
la casa, casa sua.
L’ho anche
disegnato. Tu ci pensi
al baratto del
cazzo che facciamo
quando buttiamo
via l’infanzia, a calci,
per la gran
fretta di diventare grandi,
come corriamo sui
mesi e sugli anni,
da veri scemi, e
in cambio di che cosa?
A cinque anni, a
otto, avevo mondi,
stagioni, oceani,
anni come case,
case da abitare,
leoni ed elefanti,
volevo andare in
Africa, e i treni,
gli aeroplani su
cui avrei volato,
e giorni, giorni
come anni e anni come vite,
vite infinite in
ogni direzione,
un giorno
un’avventura, un giorno un’altra,
quattro in un
giorno, quattro in un mattino,
avevo pure Dio,
forse un po’ stronzo
ma dava un senso,
mi capisci? Un ordine.
Mi teneva una
rete sotto i piedi,
lui o la vita, o
mio padre o mia madre,
non mi sarei mai
fatto male, mai!
E tutto questo
l’ho buttato via,
io come te, in
cambio di che cosa?
Di qualche
strillo, di qualche sospiro,
e tre secondi
subito finiti,
un paradiso da
strapazzo, no?
Il paradiso del
mio cazzo. Ecco!...
Adesso non puoi
non sentirlo. E’ lui...
Rimettiti seduta,
per piacere,
STAI GIU’ SEDUTA!
No, guarda, scusa
tanto,
stavo pulendo il
cuore e mi è partito un colpo.
Oh, sì, ma
adesso...adesso senti? Senti?
Vuoi toglierti le
scarpe, ti dispiace?
Lo senti
camminare in corridoio
Adesso esce.
Scende dalle
scale.
Sale le nostre.
E’ fuori dalla
porta.
Ti ho detto di
levarti quelle scarpe.
O te le toglie
lui? Mnh, sto scherzando.
No, non aver
paura. Per favore.
Non farmi vedere
che hai paura.
Non fare questo
sbaglio anche tu,
non farmi vedere
che hai paura.
Non farmi mai
vedere che hai paura.
“cortesia dell’autore”
“cortesia dell’autore”
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