martedì 30 aprile 2024

La Biblioteca di Babele - Jorge Luis Borges

JORGE LUIS BORGES

La Biblioteca di Babele

L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse

infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, orlati di

basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori,

interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile.

Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno;

la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d'una

biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un'altra

galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due

gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l'altro di soddisfare le

necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s'inabissa e s'innalza nel remoto.

Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini

sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente

fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?); io preferisco sognare che queste

superfici ar-gentate figurino e promettano l'infinito... La luce procede da frutti sferici

che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esa-gono, su una traversa. La luce

che emettono è insufficiente, incessante.

Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventú io ho viag-giato; ho peregrinato in

cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non

possono decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall'esagono in

cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della

ringhiera; mia sepoltura sarà l'aria insondabile: il mio corpo affonderà lungamente e

si corromperà e dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinita. Io affermo

che la Biblioteca è interminabile. Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono

una forma necessaria dello spazio assoluto o, per lo meno, della nostra intuizione

dello spazio. Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. (I

mistici pretendono di avere, nell'estasi, la rivelazione d'una camera circolare con un

gran libro circolare dalla costola continua, che fa il giro completo delle pareti; ma la

loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio). Mi

basti, per ora, ripetere la sentenza classica: «La Biblioteca è una sfera il cui centro

esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile».

A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale

contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci

pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di quaranta lettere di colore

nero. Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro; non, però, che

indichino o prefigurino ciò che diranno le pagine. So che questa incoerenza, un

tempo, parve misteriosa. Prima d'accennare alla soluzione (la cui scoperta, a

prescindere dalle sue tragiche proiezioni, è forse il fatto capitale della storia) voglio

rammentare alcuni assiomi.

Primo: La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è

l'eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L'uomo, questo

imperfetto bibliotecario, può essere opera del caso o di demiurghi malevoli;

l'universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili

scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che

l'opera di un dio. Per avvertire la distanza che c'è tra il divino e l'umano, basta

paragonare questi rozzi, tremuli simboli che la mia fallibile mano sgorbia sulla

copertina d'un libro, con le lettere organiche dell'interno: puntuali, delicate, nerissime,

inimitabilmente simmetriche.

Secondo: Il numero dei simboli ortografici è di venticinque (1). Questa constatazione

permise, or sono tre secoli, di formulare una teoria generale della Biblioteca e di

risolvere soddisfacentemente il problema che nessuna congettura aveva permesso di

decifrare: la natura informe e caotica di quasi tutti i libri. Uno di questi, che mio

padre vide nell'esagono del circuito quindici novantaquattro, constava delle lettere

MCV, perversamente ripetute dalla prima all'ultima riga. Un altro (molto consultato

in questa zona) è un mero labirinto di lettere, ma l'ultima pagina dice Oh tempo le tue

piramidi. È ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono

leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze. (So d'una regione

barbarica i cui bibliotecari ripudiano la superstiziosa e vana abitudine di cercare un

senso nei libri, e la paragonano a quella di cercare un senso nei sogni o nelle linee

caotiche della mano... Ammettono che gli inventori della scrittura imitarono i

venticinque simboli naturali, ma sostengono che questa applicazione è casuale, e che

i libri non significano nulla di per sé. Questa affermazione, lo vedremo, non è del

tutto erronea).

Per molto tempo si credette che questi libri impenetrabili corrispondessero a lingue

preferite o remote. Ora, è vero che gli uomini piú antichi, i primi bibliotecari,

parlavano una lingua molto diversa da quella che noi parliamo oggi; è vero che poche

miglia a destra la lingua è già dialettale, e novanta piani piú sopra è incomprensibile.

Tutto questo, lo ripeto, è vero, ma quattrocentodieci pagine di inalterabili MCV non

possono corrispondere ad alcun idioma, per dialettale o rudimentale che sia. Alcuni

insinuarono che ogni lettera poteva influire sulla seguente, e che il valore di MCV

nella terza riga della pagina 71 non era lo stesso di quello che la medesima serie

poteva avere in altra riga di altra pagina; ma questa vaga tesi non prosperò. Altri

pensarono a una crittografia; quest'ipotesi è stata universalmente accettata, ma non

nel senso in cui la formularono i suoi inventori.

Cinquecento anni fa, il capo d'un esagono superiore (2) trovò un libro tanto confuso

come gli altri, ma in cui v'erano quasi due pagine di scrittura omogenea,

verosimilmente leggibile. Mostrò la sua scoperta a un decifratore ambulante, e questi

gli disse che erano scritte in portoghese; altri gli assicurò che erano scritte in yiddish.

Poté infine stabilirsi, dopo ricerche che durarono quasi un secolo, che si trattava d'un

dialetto samoiedo-lituano del guaraní, con inflessioni di arabo classico. Si decifrò

anche il contenuto: nozioni di analisi combinatoria, illustrate con esempi di

permutazioni a ripetizione illimitata. Questi esempi permisero a un bibliotecario di

genio di scoprire la legge fondamentale della Biblioteca.

Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di

elementi uguali: lo spazio, il punto, la virgola, le ventidue lettere dell'alfabeto. Stabili,

inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato: non vi sono, nella vasta

Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la

Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei

venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto

ciò ch'è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell'avvenire,

le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia

di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione

del catalogo falso, l'evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il

commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la

traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione

fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e

segreto. Non v'era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non

esistesse: in un qualche esagono. L'universo era giustificato, l'universo attingeva

bruscamente le dimensioni illimitate della speranza. A quel tempo si parlò molto delle

Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giustificavano per sempre gli atti di

ciascun uomo dell'universo e serbavano arcani prodigiosi per il suo futuro. Migliaia

di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale,

spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione.

Questi pellegrini s'accapigliavano negli stretti corridoi, profferivano oscure minacce,

si strangolavano per le scale divine, scagliavano i libri ingannevoli nei pozzi senza

fondo, vi morivano essi stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti

impazzirono. Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a

persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che

la possibilità che un uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è

sostanzialmente zero.

Anche si sperò, a quel tempo, nella spiegazione dei misteri fondamentali

dell'umanità: l'origine della Biblioteca e del tempo. È verosimile che di questi gravi

misteri possa darsi una spiegazione in parole: se il linguaggio dei filosofi non basta,

la multiforme Biblioteca avrà prodotto essa stessa l'inaudito idioma necessario, e i

vocabolari e la grammatica di questa lingua. Già da quattro secoli gli uomini

affaticano gli esagoni... Vi sono cercatori ufficiali, inquisitori. Li ho visti

nell'esercizio della loro funzione: arrivano sempre scoraggiati; parlano di scale senza

un gradino, dove per poco non s'ammazzarono; parlano di scale e di gallerie con il

bibliotecario; ogni tanto, prendono il libro piú vicino e lo sfogliano, in cerca di parole

infami. Nessuno, visibilmente, s'aspetta di trovare nulla.

Alla speranza smodata, com'è naturale, successe un'eccessiva depressione. La

certezza che un qualche scaffale d'un qualche esagono celava libri preziosi, che questi

libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggerí

che s'interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e

simboli, fino a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici. Le

autorità si videro obbligate a promulgare ordinanze severe. La setta sparí, ma nella

mia fanciullezza ho visto vecchi uomini che lungamente s'occultavano nelle latrine,

con dischetti di metallo in un bossolo proibito, e debolmente rimediavano al divino

disordine.

Altri, per contro, credettero che l'importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili.

Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavano

stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico,

ascetico, si deve l'insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma

chi si dispera per i « tesori » che la frenesia di coloro distrusse, trascura due fatti

evidenti. Primo: la Biblioteca è cosí enorme che ogni riduzione d'origine umana

risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché la

Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti,

cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola.

Contrariamente all'opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle

depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell'orrore che

quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l'idea delirante di conquistare i libri

dell'Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali, onnipotenti, illustrati e

magici.

Sappiamo anche di un'altra superstizione di quel tempo: quella dell'Uomo del Libro.

In un certo scaffale d'un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro

che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l'ha letto, ed

è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano alcune tracce del culto

di quel funzionario remoto. Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano

nelle piú lontane gallerie. Come localizzare il venerando esagono segreto che

l'ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A,

consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il

libro C; e cosí all'infinito... In avventure come queste ho prodigato e consumato i

miei anni.

Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell'universo esista un libro

totale (3); prego gli dèi ignoti che un uomo - uno solo, e sia pure da migliaia d'anni! -

l'abbia trovato e l'abbia letto. Se l'onore e la sapienza e la felicità non sono per me,

che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all'inferno. Ch'io sia

oltraggiato e annientato, ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca

si giustifichi.

Affermano gli empì che il nonsenso è normale nella Bíblioteca, e che il ragionevole

(come anche l'umile e semplice coerenza) vi è una quasi miracolosa eccezione.

Parlano (lo so) della «Bíblioteca febbrile, i cui casuali volumi corrono il rischio

incessante di mutarsi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una

divinità in delirio». Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo

illustrano, testimoniano generalmente del pessimo gusto e della disperata ignoranza

di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le

variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso

assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro

s'intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mlö. Queste

proposizioni, a prima vista incoerenti, sono indubbiamente suscettibili d'una

giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione è verbale, e però, ex

hypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di

caratteri

dhcmrlchtdj

che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete

non racchiuda un terribile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia

piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in uno di quei linguaggi, il nome poderoso

di un dio. Parlare è incorrere in tautologie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste

in uno dei trenta volumi dei cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni - e cosí

pure la sua confutazione. (Un numero n di lingue possibili usa lo stesso vocabolario;

in alcune, il simbolo biblioteca ammette la definizione corretta dl sistema duraturo e

ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per

qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu, che

mi leggi, sei sicuro d'intendere la mia lingua?)

Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la

certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i

giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non

sanno decifrare una sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni

che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo

di aver già accennato ai suicidi, ogni anno piú frequenti. M'inganneranno, forse, la

vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana - l'unica - stia per estinguersi,

e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile,

armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.

Aggiungo: infinita. Non introduco quest'aggettivo per un'abitudine retorica; dico che

non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che

in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente

cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che è limitato il

numero possibile dei libri. Io m'arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca

è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione

qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello

stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l'Ordine). Questa elegante speranza

rallegra la mia solitudine (4).

1941, Mar della Plata

(1) II manoscritto originale non contiene cifre né maiuscole. La punteggiatura è

limitata alla virgola e al punto. Questi due segni, lo spazio, e le ventidue lettere

d'alfabeto, sono i venticinque simboli sufficienti che enumera lo sconosciuto [N.d.E.].

(2) Prima, per ogni tre esagoni c'era un uomo. Il suicidio e le malattie polmonari

hanno distrutto questa proporzione. Fatto indicibilmente malinconico: a volte ho

viaggiato molte notti per corridoi e scale levigate senza trovare un solo bibliotecario.

(3) Ripeto: perché un libro esista, basta che sia possibile. Solo l'impossibile è escluso.

Per esempio: nessun libro è anche una scala, sebbene esistano sicuramente dei libri

che discutono, che negano, che dimostrano questa possibilità, e altri la cui struttura

corrisponde a quella d'una scala.

(4) Letizia Alvarez de Toledo ha osservato che la vasta Biblioteca è inutile; a rigore,

basterebbe un solo volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo

dieci, e composto d'un numero infinito di fogli infinitamente sottili. (Cavalieri, al

principio del secolo xvii, affermò che ogni corpo solido è la sovrapposizione d'un

numero infinito di piani). Il maneggio di questo serico vademecum non sarebbe

comodo: ogni foglio apparente si sdoppierebbe in altri simili; l'inconcepibile foglio

centrale non avrebbe rovescio.

venerdì 24 novembre 2023

Il libro di sabbia

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proSabato: Jorge Luis Borges, Il libro di sabbia

La linea è costituita da un numero infinito di punti; il piano, da un numero infinito di linee; il volume, da un numero infinito di piani; l’ipervolume, da un numero infinito di volumi… No, decisamente non è questo, more geometrico, il modo migliore di iniziare il mio racconto. È diventata ormai una convenzione affermare che ogni racconto fantastico è veridico; il mio, tuttavia, è veridico.
Vivo solo, a un quarto piano di calle Belgrano. Qualche mese fa, verso sera, sentii bussare alla porta. Aprii ed entrò uno sconosciuto. Era un uomo alto, dai lineamenti indistinti. Forse era la mia miopia a vederli così. Tutto il suo aspetto lasciava trasparire una dignitosa povertà. Era vestito di grigio e aveva in mano una valigia grigia. Intuii subito che era straniero. All’inizio mi parve vecchio, poi mi resi conto che ero stato tratto in inganno dai suoi radi capelli biondi, quasi bianchi, come quelli degli scandinavi. Nel corso della nostra conversazione, che non sarebbe durata neppure un’ora, seppi che veniva dalle Orcadi.
Gli indicai una sedia. L’uomo tardò a parlare. Emanava un senso di malinconia, come me adesso.
«Vendo Bibbie», spiegò.
Non senza pedanteria gli risposi: «In questa casa ci sono varie Bibbie inglesi, compresa la prima, quella di John Wiclif. Ho anche quella di Cipriano de Valera, quella di Lutero, che letterariamente è la peggiore, e un esemplare della Vulgata latina. Come vede, non sono esattamente le Bibbie a mancarmi».
Dopo un attimo di silenzio, ribatté: «Non vendo solo Bibbie. Posso mostrarle un libro sacro che forse le interesserà. L’ho acquistato ai confini di Bikaner».
Lo tirò fuori dalla valigia e lo posò sul tavolo. Era un volume in ottavo, rilegato in tela. Senza dubbio era passato per molte mani. Lo esaminai; il suo peso insolito mi sorprese. Sul dorso c’era scritto Holy Writ e sotto Bombay.
«Sarà dell’Ottocento», osservai.
«Non lo so. Non l’ho mai saputo», fu la risposta.
Lo aprii a caso. I caratteri mi erano sconosciuti. Le pagine, che mi parvero logore e povere dal punto di vista tipografico, erano stampate su due colonne come una Bibbia. Il testo era fitto e disposto in versetti. Negli angoli in alto comparivano cifre arabe. Attrasse la mia attenzione il fatto che la pagina pari portasse (mettiamo) il numero 40.514 e quella dispari, successiva, il 999. La voltai: il verso aveva una numerazione a otto cifre. C’era anche una piccola illustrazione, come si usa nei dizionari: un’ancora disegnata a penna, come dalla mano goffa di un bambino.
Fu allora che lo sconosciuto mi disse: «La guardi bene. Non la vedrà mai più».
C’era una minaccia nell’affermazione, non nella voce.
Guardai bene il punto esatto e chiusi il volume. Poi lo riaprii immediatamente. Cercai invano la figura dell’ancora, pagina dopo pagina. Per nascondere il mio sconcerto, gli chiesi: «Si tratta di una versione delle Scritture in qualche lingua indostanica, non è vero?».
«No», rispose.
Poi abbassò la voce come per confidarmi un segreto: «L’ho acquistato in un villaggio della pianura, in cambio di qualche rupia e della Bibbia. Il proprietario non sapeva leggere. Ho il sospetto che nel Libro dei Libri vedesse un amuleto. Apparteneva alla casta più bassa; la gente non poteva calpestare la sua ombra senza contaminarsi. Mi disse che il suo libro si chiamava Il libro di sabbia, perché né il libro né la sabbia hanno principio o fine».
Mi invitò a cercare la prima pagina.
Appoggiai la mano sinistra sul frontespizio e aprii il volume con il pollice quasi attaccato all’indice. Fu tutto inutile: tra il frontespizio e la mano c’erano sempre varie pagine. Era come se spuntassero dal libro.
«Ora cerchi la fine».
Fu un nuovo fallimento; riuscii a stento a balbettare con una voce che non era la mia: «Non può essere».
Sempre sottovoce, il venditore di Bibbie mi disse: «Non può essere, ma è. Questo libro ha un numero di pagine esattamente infinito. Nessuna è la prima, nessuna l’ultima. Non so perché siano numerate in questo modo arbitrario. Forse per far capire che i termini di una serie infinita ammettono qualunque numero».
Poi, come se pensasse a voce alta: «Se lo spazio è infinito, siamo in qualunque punto dello spazio. Se il tempo è infinito, siamo in qualunque punto del tempo».
Le sue considerazioni mi irritarono. Gli chiesi: «Lei è religioso, non è vero?».
«Sì, sono presbiteriano. La mia coscienza è pulita. Sono sicuro di non aver imbrogliato l’indigeno quando gli ho dato la Parola del Signore in cambio del suo libro diabolico».
Gli assicurai che non aveva nulla da rimproverarsi e gli chiesi se era di passaggio da queste parti. Mi rispose che pensava di rientrare in patria nel giro di qualche giorno. Seppi allora che era scozzese, delle isole Orcadi. Gli dissi che personalmente amavo la Scozia per via di Stevenson e Hume.
«E di Robbie Burns», mi corresse.
Mentre parlavamo, continuavo a esplorare il libro infinito. Con finta indifferenza, gli chiesi: «Ha intenzione di offrire questo curioso esemplare al Museo Britannico?».
«No. Lo offro a lei», ribatté e fissò una cifra elevata.
Gli risposi, in tutta sincerità, che quella somma era inaccessibile per me e mi misi a riflettere. In pochi minuti il mio piano era ordito.
«Le propongo uno scambio – gli dissi. – Lei ha ottenuto questo volume per qualche rupia e per le Sacre Scritture; io le offro l’ammontare della mia pensione, che ho appena riscosso, e la Bibbia di Wiclif in caratteri gotici. L’ho ereditata dai miei genitori».
«A black-letter Wiclif!», mormorò.
Andai in camera mia e gli portai il denaro e il libro. Sfogliò le pagine e studiò la copertina con fervore da bibliofilo.
«Affare fatto», disse.
Parlammo dell’India, delle Orcadi e degli jarls norvegesi che le avevano governate. Era notte quando l’uomo se ne andò. Non l’ho più visto, né ho mai saputo il suo nome.
Pensai di mettere Il libro di sabbia nello spazio vuoto lasciato dal Wiclif, ma alla fine decisi di nasconderlo dietro alcuni volumi scompaginati delle Mille e una notte.
Andai a letto e non dormii. Alle tre o alle quattro del mattino accesi la luce. Presi il libro impossibile e iniziai a sfogliarlo. Su una pagina vidi l’incisione di una maschera. Nell’angolo in alto c’era un numero, non ricordo quale, elevato alla nona potenza.
Non mostrai il mio tesoro a nessuno. Alla gioia di possederlo si aggiunse il timore che me lo rubassero, e poi il sospetto che non fosse davvero infinito. Queste due preoccupazioni aggravarono la mia vecchia misantropia. Mi restavano alcuni amici; smisi di vederli. Prigioniero del libro, quasi non mettevo piede fuori di casa. Esaminai con una lente il dorso logoro e le copertine ed esclusi la possibilità di un qualche artificio. Mi resi conto che le piccole illustrazioni si trovavano a duemila pagine una dall’altra. Le annotai pian piano in una rubrica, che non tardai a riempire. Non si ripetevano mai. Di notte, nelle rare tregue che mi concedeva l’insonnia, sognavo il libro.
L’estate declinava quando compresi che il libro era mostruoso. A nulla valse considerare che era non meno mostruoso di me, che lo percepivo con gli occhi e lo palpavo con dieci dita dotate di unghie. Sentii che era un oggetto da incubo, una cosa oscena che infamava e corrompeva la realtà.
Pensai al fuoco, ma ebbi paura che la combustione di un libro infinito fosse altrettanto infinita e soffocasse il pianeta nel fumo.
Ricordai d’aver letto che il luogo migliore per nascondere una foglia è un bosco. Prima di andare in pensione lavoravo alla Biblioteca Nazionale, che ospita novecentomila volumi; so che a destra dell’atrio una scala curva scende nel seminterrato, dove sono i periodici e le mappe. Approfittai di una distrazione degli impiegati per abbandonare Il libro di sabbia su uno degli scaffali umidi. Cercai di non far caso a quale altezza né a quale distanza dalla porta.
Mi sento un po’ sollevato, ma non voglio neppure passare per calle México.

 

Edizione di riferimento: Jorge Luis Borges, Il libro di sabbia, A cura di Tommaso Scarano. Traduzione di Ilde Carmignani, Adelphi 2018 (precedenti edizioni Adelphi 2004 e 2014)

martedì 7 novembre 2023

Perdere qualcosa o qualcuno

 

Alessandro Baricco: "Ho visto complicare in modo feroce e stupido la vita degli umani"

di Alessandro Baricco


Esce una raccolta di racconti inediti di autori italiani che rispondono alla domanda: che cosa è sopravvalutato? Pubblichiamo in anteprima quello dello scrittore di “Seta” intitolato "Perdere qualcosa o qualcuno"

 

 

Non che sia piacevole, certo. Ma se penso a cosa ho visto complicare in modo particolarmente feroce e stupido la vita degli umani, ho ben presente la loro tendenza ad attribuire una gravità altissima a quelle circostanze in cui, per incuria personale, ingerenza del caso o iniziativa altrui, ci si trova a dover rinunciare a qualcosa, se non addirittura a qualcuno. Ciò che sembra accadere, lì, e che una sezione più o meno portante dell’edificio in cui gli umani trovano ricovero scompaia, dall’oggi al domani, compromettendo una stabilità che si voleva compiuta. E già si intravede l’assurdità della cosa. Giacché nessuna stabilità è stabile, come si sa, e nessun ricovero è mai sufficiente, e comunque compiuto, realizzato. Si tratta sempre di opere in costruzione, di sistemi provvisori, tanto che la convinzione che molti hanno di disporre di un tetto sulla testa, almeno, la notte, appartiene assai più a un abile storytelling quotidiano che alla realtà dei fatti. Si deve capire allora che, in una cornice di tale evidente precarietà, la perdita di cose e persone non dovrebbe rappresentare che un assestamento statico tra gli altri, comunque la frana di un muro mai davvero costruito, in definitiva un ordinario ridisegnarsi di un sistema complesso sempre in divenire.
E invece.

E invece gli umani tendono ad aggrapparsi a ciò che se ne sta andando, nella folle convinzione che quanto stanno perdendo sia indispensabile alla loro sopravvivenza. Alle volte, seppur per un lasso di tempo misurato, perfino una borsetta, rubata, o un quarto d’ora, perso ad aspettare in coda, possono assumere mitologicamente la statura di una perdita mortale. Tanto è istintivo il terrore di vederci sottratto qualcosa. Lo complica, e lo estremizza, un culto della proprietà che è fenomeno storico, portato culturale, tara ideologica, ma non per questo meno ostico da fronteggiare. L’idea, di per sé folle, di possedere qualcosa o addirittura qualcuno ci accompagna, condannandoci a un lavoro di polizia costante e di sorveglianza maniacale. Viviamo esistenze fatte di casseforti, contraeree, allarmi e ponti levatoi. Giacché, invece di abitare accanto alle cose e alle persone, ne facciamo nostre proprietà, quindi punto di non ritorno, status acquisito: capite che esistenza piena di ansie siamo destinati a colmare coi nostri giorni. Chi possiede, sarà derubato.

Le conseguenze di questa inclinazione a sopravvalutare la perdita di cose e persone sono, come si sa, terrificanti. E si allungano per anni nei giorni della gente. Innumerevoli sono i casi di vite quotidiane ridisegnate dallo shock di una perdita, e non sembra poi avere una grande importanza la dimensione della perdita. Come la morte di una persona cara può trasformarsi in un verdetto di condanna su un’intera vita, la perdita di una possibilità di lavoro, o di una onorificenza, o di una gara, può allungarsi come un’ombra nera su tutte le vite circostanti, per anni. Se si cerca dentro certe infelicità che sterminano intere famiglie, si troverà facilmente la futilità di una opportunità persa tanto tempo prima, o lo sfregio di una scomparsa voluta dal caso o da una maligna intenzione altrui. È straziante pensare quale luce e quanta vita si sarebbe potuto generare se solo si fosse stati capaci, in quel preciso momento, di lasciare andare le cose, invece che sopravvalutare tragicamente l’effetto del loro abbandono.

Si dirà che elaborare una perdita, o un lutto, o un furto, non è una cosa semplice, e che in generale non si sceglie come reagire allo strappo che ci porta via una vita, una fortuna, un amore: si soffre e basta. Ci si ribella. Ci si vendica. Ma non è poi così vero. La capacità di lasciare andare le cose e le persone parte da lontano, è un modo di stare al mondo ed è cosa che si può educare in ogni nostro fare. Non è vero che ci sia estranea, ci è solo, culturalmente, lontana. Ma ci appartiene e, se solo evitiamo di arrenderci senza condizioni alla paura, la possiamo ritrovare nelle mosse più spontanee del nostro animo. C’è una leggerezza istintiva, in noi, o almeno c’era prima che fossimo educati a combatterla.

Analogamente, non è affatto fuori dalla nostra portata la capacità di trovare saldezza e riparo non tanto nelle cose e persone in mezzo a cui viviamo (e che ci illudiamo di possedere) ma in una regione intima del nostro sentire che, come un’isola, come un ombelico, come una sorgente, pre-esiste all’arrivo di qualsiasi scheggia di mondo, e sopravvive, intonsa, a qualsiasi suo dileguarsi. Bisogna avere fiducia in questa nostra camera segreta, e non cessare di cercarla, in noi stessi. Si trova più o meno dove la nostra vita interiore incrocia il respiro del corpo, il flusso impalpabile dei ricordi, un inconsueto amore per noi stessi, e una strana calma. Lì, nessuna perdita è disastrosa. Al limite, neanche quella della vita.

Devo aggiungere una postilla discutibile. Nel novero delle cose e persone che accade di perdere, vanno ovviamente registrate con un tratto particolare quelle che si perdono a causa di un’ingiustizia. Sono moltissime. Ci sarebbe una legge, o quanto meno una consuetudine, o almeno una norma di buon senso, e qualcuno la infrange e ci porta via qualcosa o qualcuno. La cosa ci esaspera perché aggiunge, al dolore della perdita, il senso intollerabile dell’ingiustizia. Allora scatta un fenomeno di legittima ribellione, e se ci fosse qualcuno che ancora non ne ha capito le devastanti conseguenze può leggere Michael Kohlhaas di Kleist, o ripassare la genesi di qualsiasi guerra. Per quanto possa sembrare sgradevole e pericoloso dirlo, la tendenza a sopravvalutare il valore delle ingiustizie e l’inclinazione a idolatrare la giustizia genera sofferenze immani, tra gli umani, tanto da rendere lecito chiedersi se un atteggiamento più morbido sulla faccenda non produrrebbe, a medio e lungo termine, un mondo più vivibile, dolce e, in definitiva, vero.

 

giovedì 26 ottobre 2023

IL SEGRETARIO GENERALE - António Guterres OSSERVAZIONI AL CONSIGLIO DI SICUREZZA SUL MEDIO ORIENTE

IL SEGRETARIO GENERALE - António Guterres OSSERVAZIONI AL CONSIGLIO DI SICUREZZA SUL MEDIO ORIENTE

New York, 24 ottobre 2023

Signor Presidente, con il suo permesso vorrei fare una piccola introduzione e poi chiedere ai miei colleghi di informare il Consiglio di Sicurezza sulla situazione in loco.

Eccellenze,

La situazione in Medio Oriente si fa di ora in ora più drammatica.

La guerra a Gaza infuria e rischia di estendersi a tutta la regione.

Le divisioni stanno spaccando le società. Le tensioni minacciano di esplodere.

In un momento cruciale come questo, è fondamentale essere chiari sui principi, a partire da quello fondamentale del rispetto e della protezione dei civili.

Ho condannato in modo inequivocabile gli orribili e inauditi atti di terrore compiuti da Hamas il 7 ottobre in Israele.

Nulla può giustificare l’uccisione, il ferimento e il rapimento deliberato di civili – o il lancio di razzi contro obiettivi civili.

Tutti gli ostaggi devono essere trattati umanamente e rilasciati immediatamente e senza condizioni. Noto con rispetto la presenza tra noi dei membri delle loro famiglie.

Eccellenze,

È importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono avvenuti nel vuoto.

Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione.

Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e tormentata dalla violenza; la loro economia soffocata; la loro gente sfollata e le loro case demolite. Le speranze di una soluzione politica alla loro situazione sono svanite.

Ma le rimostranze del popolo palestinese non possono giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas. E questi terribili attacchi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese.

Eccellenze,

Anche la guerra ha delle regole.

Dobbiamo chiedere a tutte le parti in causa di sostenere e rispettare gli obblighi derivanti dal diritto umanitario internazionale; di prestare costante attenzione, nella conduzione delle operazioni militari, a risparmiare i civili; di rispettare e proteggere gli ospedali e di rispettare l’inviolabilità delle strutture delle Nazioni Unite che oggi ospitano più di 600.000 palestinesi.

L’incessante bombardamento di Gaza da parte delle forze israeliane, il livello di vittime civili e la distruzione di quartieri continuano a crescere e sono profondamente allarmanti.

Piango e onoro le decine di colleghi dell’ONU che lavorano per l’UNRWA – purtroppo almeno 35 – uccisi nei bombardamenti su Gaza nelle ultime due settimane.

Devo alle loro famiglie la mia condanna di queste e di molte altre uccisioni simili.

La protezione dei civili è fondamentale in ogni conflitto armato.

Proteggere i civili non può mai significare usarli come scudi umani.

Proteggere i civili non significa ordinare a più di un milione di persone di evacuare a sud, dove non ci sono ripari, cibo, acqua, medicine e carburante, e poi continuare a bombardare il sud stesso.

Sono profondamente preoccupato per le chiare violazioni del diritto umanitario internazionale a cui stiamo assistendo a Gaza.

Voglio essere chiaro: nessuna parte di un conflitto armato è al di sopra del diritto internazionale umanitario.

Eccellenze,

Per fortuna, alcuni aiuti umanitari stanno finalmente arrivando a Gaza.

Ma si tratta di una goccia di aiuti in un oceano di necessità.

Inoltre, le forniture di carburante delle Nazioni Unite a Gaza si esauriranno nel giro di pochi giorni. Questo sarebbe un altro disastro.

Senza carburante, gli aiuti non possono essere consegnati, gli ospedali non hanno energia e l’acqua potabile non può essere purificata o addirittura pompata.

La popolazione di Gaza ha bisogno di aiuti continui ad un livello corrispondente alle enormi necessità. Gli aiuti devono essere consegnati senza restrizioni.

Rendo omaggio ai nostri colleghi delle Nazioni Unite e ai partner umanitari a Gaza che lavorano in condizioni pericolose e rischiano la vita per fornire aiuti a chi ne ha bisogno. Sono un’ispirazione.

Per alleviare le sofferenze epiche, rendere più facile e sicura la consegna degli aiuti e facilitare il rilascio degli ostaggi, rinnovo il mio appello per un immediato cessate il fuoco umanitario.

Eccellenze,

Anche in questo momento di grave e immediato pericolo, non possiamo perdere di vista l’unica base realistica per una vera pace e stabilità: la soluzione dei due Stati.

Gli israeliani devono vedere concretizzate le loro legittime esigenze di sicurezza e i palestinesi devono vedere realizzate le loro legittime aspirazioni a uno Stato indipendente, in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite, il diritto internazionale e gli accordi precedenti.

Infine, dobbiamo essere chiari sul principio di sostenere la dignità umana.

La polarizzazione e la disumanizzazione sono alimentate da uno tsunami di disinformazione.

Dobbiamo opporci alle forze dell’antisemitismo, del bigottismo antimusulmano e di tutte le forme di odio.

Signor Presidente,

Eccellenze,

Oggi è la Giornata delle Nazioni Unite, che segna i 78 anni dall’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite.

La Carta riflette il nostro impegno comune a promuovere la pace, lo sviluppo sostenibile e i diritti umani.

In questa Giornata delle Nazioni Unite, in quest’ora critica, faccio appello a tutti affinché ci si ritiri dall’orlo del baratro prima che la violenza mieta altre vite e si diffonda ancora di più.

Grazie mille.

New York, 24/10/2023

domenica 8 ottobre 2023

Cupamente andavo, or non è molto, nel crepuscolo livido

 

Cupamente andavo, or non è molto, nel crepuscolo livido di morte, - cupo, duro, le labbra serrate. Non soltanto un sole mi era tramontato.
Un sentiero, in salita dispettosa tra sfasciume di pietre, maligno, solitario, cui,non si addicevano più né erbe né cespugli: un sentiero di montagna digrignava sotto il dispetto del mio piede.
Muto, incedendo sul ghignante crepitio della ghiaia, calpestando il pietrisco, che lo faceva sdrucciolare: così il mio piede si faceva strada verso l'alto.
Verso l'alto: - a dispetto dello spirito che lo traeva in basso, in basso verso abissi, lo spirito di gravità, il mio demonio e nemico capitale.
Verso l'alto: - sebbene fosse seduto su di me, metà nano; metà talpa; storpio; storpiante; gocciante piombo nel cavo del mio orecchio, pensieri-gocce-di-piombo nel mio cervello.
"O Zarathustra, sussurrava beffardamente sillabando le parole, tu, pietra filosofale! Hai scagliato te stesso in alto, ma qualsiasi pietra scagliata deve - cadere!
O Zarathustra, pietra filosofale, pietra lanciata da fionda, tu che frantumi le stelle! Hai scagliato te stesso così in alto, - ma ogni pietra scagliata deve cadere!
Condannato a te stesso, alla lapidazione di te stesso: o Zarathustra, è vero: tu scagliasti la pietra lontano, - ma essa ricadrà su di te!".
Qui il nano tacque; e ciò durò a lungo. Il suo tacere però mi opprimeva; e l'essere in due in questo modo è in verità, più solitudine che l'essere solo!
Salivo, - salivo, - sognavo, - pensavo: ma tutto mi opprimeva. Ero come un malato: stremato dal suo tormento atroce, sta per dormire, ma un sogno, più atroce ancora, lo ridesta. -
Ma c'è qualcosa che io chiamo coraggio: questo finora ha sempre ammazzato per me ogni scoramento. Questo coraggio mi impose alfine di fermarmi e dire: "Nano! O tu! O io!". -
Coraggio è infatti la mazza più micidiale, - coraggio che assalti: in
ogni assalto infatti è squilla di fanfare.
Ma l'uomo è l'animale più coraggioso: perciò egli ha superato tutti gli altri animali. Allo squillar di fanfare egli ha superato anche tutte le sofferenze; la sofferenza dell'uomo è però, la più profonda di tutte le sofferenze.
Il coraggio ammazza anche la vertigine in prossimità degli abissi: e dove mai l'uomo non si trova vicino ad abissi! Non è la vista già di per sé un - vedere abissi?
Coraggio è la mazza più micidiale: il coraggio ammazza anche la compassione. Ma la compassione è l'abisso più fondo: quanto l'uomo affonda la sua vista nella vita, altrettanto l'affonda nel dolore.
Coraggio è però la mazza più micidiale, coraggio che assalti - esso ammazza anche la morte, perché dice: "Questo fu la vita? Orsù! Da capo!"
Ma in queste parole sono molte squillanti fanfare. Chi ha orecchi, intenda.

2. "Alt, nano! dissi. O io! O tu! Ma di noi due il più forte sono io -: tu non conosci il mio pensiero abissale!
Questo - tu non potresti sopportarlo!". -
Qui avvenne qualcosa che mi rese più leggero: il nano infatti mi saltò giù dalle spalle, incuriosito! Si accoccolò davanti a me, su di un sasso. Ma, proprio dove ci eravamo fermati, era una porta carraia.
"Guarda questa porta carraia! Nano! continuai: essa ha due volti. Due sentieri convengono qui: nessuno li ha mai percorsi fino alla fine.
Questa lunga via fino alla porta e all'indietro: dura un'eternità. E quella lunga via fuori della porta e avanti - è un'altra eternità.
Si contraddicono a vicenda, questi sentieri; sbattono la testa l'un contro l'altro: e qui, a questa porta carraia, essi convengono. In alto sta scritto il nome della porta: "attimo".
Ma, chi ne percorresse uno dei due - sempre più avanti e sempre più lontano: credi tu, nano, che questi sentieri si contraddicano in eterno?". -
"Tutte le cose diritte mentono, borbottò sprezzante il nano. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo".
"Tu, spirito di gravità! dissi lo incollerito non prendere la cosa troppo alla leggera! O ti lascio accovacciato dove ti trovi, sciancato - e sono io che ti ho portato in alto!
Guarda, continuai, questo attimo! Da questa porta carraia che si chiama attimo, comincia all'indietro una via lunga, eterna: dietro di noi è un'eternità.
Ognuna delle cose che possono camminare, non dovrà forse avere già percorso una volta questa via? Non dovrà ognuna delle cose che possono accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta?
E se tutto è già esistito: che pensi, o nano, di questo attimo? Non deve anche questa porta carraia - esserci già stata?
E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l'una all'altra, in modo tale che questo attìmo trae dietiro di sé tutte le cose avvenire? Dunque - anche se stesso?
Infatti, ognuna delle cose che possono camminare: anche in questa lunga via al di fuori - deve camminare ancora una volta!
E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna e io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti - non dobbiamo tutti esserci stati un'altra volta? - e ritornare a camminare in quell'altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via - non dobbiamo ritornare in eterno?".-
Così parlavo, sempre più flebile: perché avevo paura dei miei stessi pensieri e dei miei pensieri reconditi. E improvvisamente, ecco, udii un cane ululare.
Non avevo già udito una volta un cane ululare così? Il mio pensiero corse all'indietro. Sì! Quand'ero bambino, in infanzia remota: - allora udii un cane ululare così. E lo vidi anche, il pelo irto, la testa all'insù, tremebondo, nel più fondo silenzio di mezzanotte, quando anche i cani credono agli spettri:
- tanto che ne ebbi pietà. Proprio allora la luna piena, in un silenzio di morte, saliva sulla casa, proprio allora si era fermata, una sfera incandescente, - tacita, sul tetto piatto, come su roba altrui:-
ciò aveva inorridito il cane: perché i cani credono ai ladri e agli spettri. E ora, sentendo di nuovo ululare a quel modo, fui ancora una volta preso da pietà.
Ma dov'era il nano? E la porta? E il ragno? E tutto quel bisbigliare? Stavo sognando? Mi ero svegliato? D'un tratto mi trovai in mezzo a orridi macigni, solo, desolato, al più desolato dei chiari di luna.
Ma qui giaceva un uomo! E - proprio qui! - il cane, che saltava, col pelo irto, guaiolante, - adesso mi vide accorrere - e allora ululò di nuovo, urlò: - avevo mai sentito prima un cane urlare aiuto a quel modo?
E, davvero, ciò che vidi, non l'avevo mai visto. Vidi un giovane pastore rotolarsi, soffocato, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca.
Avevo mai visto tanto schifo e livido raccapriccio dipinto su di un volto? Forse, mentre dormiva, il serpente gli era strisciato dentro le fauci e - lì si era abbarbicato mordendo.
La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava - invano! non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: "Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!", così gridò da dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà, tutto quanto in me - buono o cattivo - gridava da dentro di me, fuso in un sol grido.-
Voi, uomini arditi che mi circondate! Voi, dediti alla ricerca e al tentativo, e chiunque tra di voi si sia mai imbarcato con vele ingegnose per mari inesplorati! Voi che amate gli enigmi!
Sciogliete dunque l'enigma che io allora contemplai, interpretatemi la visione del più solitario tra gli uomini!
Giacché era una visione e una previsione: - che cosa vidi allora per similitudine? E chi è colui che un giorno non potrà non venire?
Chi è il pastore, cui il serprente strisciò in tal modo entro le fauci? Chi è l'uomo, cui le più grevi e le più nere fra le cose strisceranno nelle fauci?
- Il pastore, poi, morse così come gli consigliava il mio grido: e morse bene! Lontano da sé sputò la testa del serpente -; e balzò in piedi.-
Non più pastore, non più uomo, - un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise!
Oh, fratelli, udii un riso che non era di uomo, - e ora mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che mai si placa.
La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora! Come sopporterei di morire ora! -

Così parlò Zarathustra.

da F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, in Opere, vol. VI, tomo 1.

giovedì 28 settembre 2023

Chandra Candiani, se il primo esercizio è vivere

 

Chandra Candiani, se il primo esercizio è vivere

GEOGRAFIE SENTIMENTALI. Una intervista a proposito della sua nuova silloge in versi «Pane del bosco», pubblicata da Einaudi. Sabato l’autrice sarà ospite di Torino Spiritualità che si apre oggi. Tema di quest’anno è «Agli assenti». «Quando stavo a Milano, se mi sentivo intimorita o a disagio, per esempio in metrò, facevo un piccolo gesto segreto per chiamare il lupo al mio fianco destro e il puma al sinistro. L’immaginario femminile è un luogo abitabile, è costruzione di mondi dove ricaricarsi, si fa tappa nella notte del mondo, si sente compassione, sacra ira, urlo e cucitura»

 

Chandra Candiani / foto di Melina Mulas

Nuovo!

Alessandra Pigliaru

«Sia alto il tuo cuore». Scrive così Chandra Candiani nel suo Pane del bosco (Einaudi, pp. 140, euro 12,50), ultima raccolta in versi composta di poesie dal 2020 al 2023. L’esortazione tuttavia arriva da un ontano bianco, un albero che grida mentre qualcuno corre via da un aggressore meschino e privo di lealtà. Come spesso accade leggendo Candiani, poeta milanese che di recente ha scelto di lasciare la sua città natale per trasferirsi in una casa tra i boschi su un alpeggio piemontese, la realtà è un esercizio di visione e ascolto, di connessione e attenzione.
Se nel libro precedente, 
le favole di Sogni del fiume, abbiamo osservato quanto la soglia dell’impossibile riesca a convocare l’essenziale, è nelle altre sillogi (in particolare da La bambina pugile a Fatti vivo) e nelle sue meditazioni (Il silenzio è cosa viva e Questo immenso non sapere) che abbiamo inteso quanto Candiani abbracci la molteplicità dell’abitare questo mondo, anche quando è già (e sempre) un altro.
Sabato 30 settembre l’autrice sarà ospite di Torino Spiritualità (Teatro Gobetti, ore 17) in conversazione con Armando Buonaiuto, curatore del festival (la nuova edizione si apre oggi per proseguire fino a domenica).

«Pane del bosco» ci orienta nei sentieri della sua poetica che tiene per mano la natura e le sue creature. Prima di tutti gli incontri, ci sono però il bosco e il pane che sembrano suggerire il ritorno a un luogo originario e di nutrimento che si scopre con la meraviglia della prima volta. Che inizio è stato?
L’inizio di una nuova fase della vita, la vecchiaia, che è infanzia della mente e stanchezza del corpo. Dispormi al bosco, al trasferimento in un luogo imprevedibile, alla mia età, faceva stupire tante persone, perplesse ma anche preoccupate. Ma io, senza saperlo, cercavo un posto dove morire non fosse tragedia, ma abbandono. La mente perde convinzioni arrugginite qui, idee solidissime si sgretolano, ma non si tratta solo dell’immersione in un luogo che degli umani se ne infischia, è anche l’entrata nella vecchiaia. Ho voglia di aprire le mani, di lasciar andare la rigidità delle opinioni, di scorrere. Mi dispongo a un nutrimento che è disintossicazione dall’abituale e dall’aggressività mascherata d’altro che percepisco fortemente nel mondo. Qui tutto è diretto, solo quello che è. Così la vecchiaia: ogni ruga un tracciato, ogni dolore una storia, ogni gioia un abbandono all’attimo.

Molte sono le cose che accadono a «Lei» che fa il suo ingresso in un bosco, per esempio perde il nome e anche quando dice «Io» o «Tu» si rivolge al circostante in un dialogo tra differenze. Quella perdita non è allora una rinuncia bensì una rinascita che spiega bene nella poesia «Essere amata da un bosco». Che apprendistato è il tempo di questo amore ricevuto?
«Lei» mi ha anticipato nel primo bosco dove ho vissuto per tre anni, un bosco vicino a un paese, meno assoluto di questo dove vivo ora. «Lei» è quella parte del femminile che vive da sempre nelle selve e non le lascia mai. È stato un apprendistato all’estraneità vissuta con cuore e corpo aperti. Mi sono affidata a Lei che conosce da sempre le piante, sa gridare ai tori, accarezzare gli asini, schivare le domande moleste degli umani: «Lei è di qui?» «No, sono di là». Non ero capace, come tante e tanti, di ricevere, non capivo cosa fare in un bosco, cosa dare e prendere. Dovevo «lasciare i sapienti,/ zoppicare e balbettare». Ho tolto e tolto, è rimasta l’apertura della pelle e dell’anima a quel che c’è. Togliersi è un grande passo per esserci. Perdere il desiderio di piacere è una libertà meravigliosa e il morso di un asino te lo insegna fino alle ossa.

Animali, alberi, bambini intravisti nell’arco di un anno diviso per stagioni che dall’estate arriva alla primavera. È un popolo intero che abita la gratitudine di attraversare la terra, i fiumi, le foglie, le voci più indistinte. Ci sono api, libellule simmetriche, rondini, gatti e altri esseri ancora. La raccolta si apre però con la regalità di un puma e di un lupo. E di quest’ultimo ha già scritto perché molto le sta a cuore. In che modo il lupo le è stato accanto? Cosa dice di lei e del suo legame con la poesia?
Quando vivevo a Milano, se mi sentivo intimorita o a disagio, per esempio in metrò, facevo un piccolo gesto segreto per chiamare il lupo al mio fianco destro e il puma al sinistro. Funzionava sempre. Mi dava dignità e baldanza. Il lupo mi ha portato il dono della sacra ira, dono di vecchia e di antenate. L’ira non è la rabbia, nel Buddhismo tibetano esistono divinità irate, sono guardiani della soglia, protettori. Non ho più voglia di «inghiottire carboni ardenti» ma nemmeno veleno in carta di caramella, dico ‘stop’ con tutte le mie forze. Qui l’hanno visto il lupo e mi dispongo all’incontro, inchinandomi a chi conosce come sopravvivere nell’aperto. Il lupo protegge la mia poesia, non la vuole rispettabile, né erudita, la vuole cruda e vera. Puma e lupo mi insegnano ad aspettare la Voce, a non voler dire o scrivere io, ad attenderle le parole che bussano.

Nel suo specchio dell’infanzia, le bambine sono protagoniste in alleanza vitale tra loro. Anche quando ricordano le ferite che le precedono, le scorgiamo in sodalizio con la forza e la fragilità del mondo e della condizione umana. Non sembrano sognatrici eppure nei loro pensieri c’è sempre una dimensione ulteriore, in cui all’insufficienza della realtà, con la sua violenza e la sua ingiustizia, rispondono con la semplicità dell’amare.
Le bambine sanno amarsi e amare, sanno scegliersi e scegliere, sono bosco. L’immaginario femminile è un luogo abitabile, è costruzione di mondi dove ricaricarsi e poi si torna, si fa tappa nella notte del mondo e si sente compassione, sacra ira, urlo e cucitura, baratro e volo. Ho perso due sorelle e due amiche in questi trasferimenti da mondo a mondo. Dolore che sbrana ma porta al fiume del tempo e ci si specchia cambiate e si sa che occorre riconoscenza per quel che è stato e disponibilità ad avventurarsi in quel che è ora. Sto cercando di essere la migliore amica di me stessa. Non è facile, sono così selvatica che scappo anche da me. La poesia di Ida Travi è per me l’opera magica che mi accompagna in questo trasloco temporale. Nella sua poesia, gli esseri sono parlanti, portano il peso spaventosamente leggero della parola, e trasmettono la nostalgia di un quotidiano altrove che è una mappa di mondi da sempre perduti, non un sentimento. Ho ascoltato l’intervista brevissima a una donna africana appena ripescata dal mare, una regina di sale. Ha detto solo due frasi: «Perché non ci salvate? Non avete bisogno di noi?» È la seconda frase che mi ha toccato fino alle urla del cuore. «Non avete bisogno di noi?» era stupita. Sì, io sì ho bisogno assoluto di te.

Il tema di Torino Spiritualità è «Agli assenti». Nelle sue poesie e nelle sue prose poetiche ha scritto molto riguardo la morte, come di una conversazione perpetua che lambisce la vita. Ma l’assenza non racconta solo della morte, racconta, come scrive in «Pane del bosco» del «dolore interrogato», di una crepa che si apre e in cui si entra. La si assaggia l’assenza, significa «assaporare il furore dell’abbandono».
Gli assenti non sono gli scomparsi. Sono presenti in un modo altro, sottile, poetico, da tradurre, briciole di un pane spezzato, nutrimento bruciante che chiede di abbandonare convinzioni e compiutezze. Niente è compiuto, tutto è in viaggio e dimorare nel non permanere di tutto e di tutti fa un male incicatrizzabile ma permette di aprire le soglie dell’Assenza e di farne Presenza oltre il conosciuto. Ci vuole la magia, se perdiamo la magia per noi è davvero finita. Impariamo dai felini, basta che passi un gatto dovunque siamo e tutto il mondo cambia. Il sacro non è solenne, è misterioso, giocoso, sfuggente, imprevedibile, imprendibile e ci chiede la vita. Tanti hanno creduto che nel verso di una poesia che parla di «un sorriso invivibile» ci fosse un refuso per «invisibile» o altro ancora. No, esistono cose «invivibili» perché ci chiedono la vita, stare senza garanzie davanti al rischio dell’altro. Non avete bisogno di noi? Sì, ho bisogno di voi. Vi salverò tutte con le mie mani bucate. E nella testardaggine d’essere incontrerò gli assenti e la morte non avrà l’ultima parola.

Nella poesia «Eravamo nessuno» fa un omaggio a Cristina Campo nominando «la tigre assenza». Cosa la lega a lei?
La sua non compiacenza, la selvatichezza, la solitudine, la differenza di ricerca, la somiglianza di non placarsi nel trovare, ma nell’andare in cerca di abissi, sostare sull’orlo e sapere che non ce la faremo mai. Mancheremo sempre la poesia come manchiamo ogni volta che ci accontentiamo di spiegazioni. Lo spiegabile non è vivente. Ida Travi: «Fa in modo che le parole non facciano pensare a una poesia, ma lo siano».