mercoledì 21 dicembre 2016

Kaori


CHIE-CHAN E IO

Banana Yoshimoto

 

Feltrinelli

p 111

 

KAORI 1

  

Mi ascolti con grande attenzione, però si capisce che fondamentalmente non sei interessato ai discorsi degli altri. Si sente che il tuo vero nemico è la noia. Tutto ti annoia presto. Hai scritto in faccia che ormai non ti aspetti più niente dalle persone. Ti capisco perché anch’io, per certi aspetti, ero come te. Prima di Chie-chan.

Ero una che quando comprava un mazzo di fiori, mentre li mettevo nel vaso, già pensavo a quando sarebbero appassiti. Mi dicevo: dureranno una settimana? Se si seccano prima questi fiori, magari li tolgo e quelli che restano li sistemo in un vaso più piccolo…

Tentavo di prevedere tutto. Se tutto era come avevo immaginato, mi sentivo tranquillizzata, e contemporaneamente annoiata. (Shinoda annuisce) Ma Chie-chan riesce davvero, fino al momento in cui il fiore appassirà, ad affidare tutto al fiore. Per me il tempo era qualcosa che avanzava, spostandosi sempre in avanti. Ma il tempo di Chie-chan si divide in momenti, che si scompongono in momenti ancora più brevi, e in ognuno i mondi si moltiplicano, mostrando infiniti colori abbaglianti. L’ho imparato. E la mia noia è scomparsa.

Al mercato






 
Al mercato

Tiziano Scarpa

 
Al mercato di Pjaca
ci sono venditrici
che hanno una merce sola.

 
Vecchie col fazzoletto nero in testa
ma anche giovani in jeans.

 
Chi vende qualche chilo di cicoria.
Chi ha un mucchietto di fichi.
Chi venti uova e basta.

 
Non ero abituato
a comprare una cosa scontornandola
dallo sfondo, pensandola
nella sua unicità.
Ritrasformandola da merce a cosa.

 
È un po’ come sposarla.

 
Io di solito compro per contagio,
per scaffali adiacenti,
salto di merce in merce.

 
Anche le bancarelle più lussuose
qui hanno sei o sette tipi di verdure.
In due metri quadrati
di più non ci può stare.

 
E d’altronde lo spazio
è lo stesso per tutti.
Stessa tendina a righe,
stesso banco di vendita.

 
Ma non è un posto triste.
La forza dell’offerta è collettiva.

 
Preso singolarmente, ogni individuo
dà quello che può. È quello che è.
Non finge chissà quale varietà
di mercanzie incredibili.
Propone ciò che ha.
Non gli si può chiedere più di tanto.

 
Con questo non pretendo
indulgenza, però…
Oggi ho soltanto questi pomodori.

 

La poesia è tradotta in croato, l’ultimo verso suona cosi’ :
 Ali socne su i slasne, i moje


martedì 20 dicembre 2016

L' Isola

L’ISOLA
Tutti sanno che Odisseo naufrago, sulla via del ritorno, restò nove anni sull’isola Ogigia, dove non c’era che Calipso, antica dea.

CALIPSO   Odisseo, non c’è nulla di molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un’isola.
Hai veduto e patito ogni cosa. Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito. Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino. Perché continuare ? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi ? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre.
ODISSEO  Una vita immortale.
CALIPSO  Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto?
ODISSEO   Io credevo immortale chi non teme la morte.
CALIPSO   Chi non spera di vivere. Certo, quasi lo sei. Hai patito molto anche tu. Ma perché questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto? Perché i discorsi che vai facendo tra gli scogli?
Odisseo. Se domani io partissi tu saresti felice?
Calipso. Vuoi saper troppo, caro. Diciamo che sono immortale. Ma se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai sogni, se non deponi la smania e non accetti l’orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci.
ODISSEO  Si tratta sempre di accettare un orizzonte.
E ottenere che cosa ?
CALIPSO   Ma posare la testa e tacere, Odisseo. Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi dei che il mondo ignora? Perché sprofondano nel tempo, come le pietre nella terra, loro che pure sono eterni. E chi son io, chi è Calipso?
ODISSEO   Ti ho chiesto se sei felice.
CALIPSO   Non è questo, Odisseo. L’aria, anche l’aria di quest’isola deserta, che adesso vibra solamente dei rimbombi del mare e di stridi di uccelli, è troppo vuota. In questo vuoto non c’è nulla da rimpiangere, bada.  Ma non senti anche tu certi giorni un silenzio, un arresto, che è come la traccia di un’antica tensione e presenza scomparse ?
ODISSEO   Dunque anche tu parli agli scogli ?
CALIPSO   E’ un silenzio, ti dico. Una cosa remota e quasi morta. Quello che è stato e non sarà mai più. Nel vecchio mondo degli dei quando un mio gesto era destino. Ebbi nomi paurosi, Odisseo. La terra e il mare ma obbedivano. Poi mi stancai; passò del tempo, non mi volli piú muovere. Qualcuna di noi resistè ai nuovi dei; lasciai che i nomi sprofondassero nel tempo; tutto mutò e rimase uguale; non valeva la pena di contendere ai nuovi il destino. Ormai sapevo il mio orizzonte e perché i vecchi non avevano conteso con noialtri.
Odisseo. Ma non eri immortale?
CALIPSO  E lo sono, Odisseo. Di morire non spero. E non spero di vivere. Accetto l’istante. Voi mortali vi attende qualcosa di simile, la vecchiezza e il rimpianto. Perché non vuoi posare il capo con me, su quest’isola?
ODISSEO   Lo farei, se credessi che sei rassegnata. Ma anche tu che sei stata signora di tutte le cose, hai bisogno di me, di un mortale, per aiutarti a sopportare.
CALIPSO   E’ un reciproco bene, Odisseo. Non c’è vero silenzio se non condiviso.
ODISSEO   Non ti basta che sono con te quest’oggi ?
CALIPSO   Non sei con me, Odisseo.
Tu non accetti l’orizzonte di quest’isola.
E non sfuggi al rimpianto.
CALIPSO  Quel che rimpiango è la parte viva di me stesso come di te il tuo silenzio. Che cosa è mutato per te da quel giorno che terra e mare ti obbedivano ? Hai sentito ch’eri sola  e che eri stanca e scordato i tuoi nomi. Nulla ti è stato tolto. Quello che sei l’hai voluto.
CALIPSO  Quello che sono è quasi nulla, caro. Quasi mortale, quasi un’ombra come te. E’ un lungo sonno cominciato chissà quando e tu sei giunto in questo sonno come un sogno. Temo l’alba, il risveglio; se tu vai via, è il risveglio.
ODISSEO  Sei tu, la signora, che parli ?
CALIPSO  Temo il risveglio, come tu temi la morte. Ecco, prima ero morta, ora lo so. Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento. Oh non era un patire. Dormivo. Ma da quando sei giunto hai portato un’altr’isola in te.
ODISSEO   Da troppo tempo la cerco. Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi. Io non posso accettare e tacere.
CALIPSO   Eppure, Odisseo, voi uomini dite che ritrovare quel che si è perduto è sempre un male. Il passato non torna. Nulla regge all’andare del tempo. Tu che hai visto l’Oceano, i mostri e l’Eliso, potrai ancora riconoscere le case, le tue case ?
ODISSEO  Tu stessa hai detto che porto l’isola in me.
CALIPSO   Oh mutata, perduta, un silenzio. L’eco di un mare tra scogli e un po’ di fumo. Con te nessuno potrà condividerla. Le case saranno come il viso di un vecchio. Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai più solo che nel mare.
ODISSEO  Saprò almeno che devo fermarmi.
CALIPSO  Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, non si ferma mai più. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo… 
ODISSEO   Non sono immortale.
CALIPSO   Lo sarai se mi ascolti. Che cos’è la vita eterna se non questo accettare l’istante che va ? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto ?
ODISSEO   Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
CALIPSO   Dimmi.
ODISSEO   Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.

CESARE PAVESE

Il brano è tratto da Dialoghi con Leucò,  pubblicato nel 1947.


Giuseppe

Comunità
Scrivo io!
GIUSEPPE
di luciopicca
Suona la sveglia: drin… drin… drin…
Pesante mi alzo, la guardo: ore cinque del mattino.
E’ lunedì 11 dicembre 1967, sono stanco.
Accendo la mia lucina, piccola, sul comodino. Il muro sporco, sbaffato di nero. La pigna di libri, ritagli di giornale, qualche matita.
Non ho voglia di andare alla Breda, consumarmi al Tornio Verticale, sono sempre meno verticale.
Io, Giuseppe, pochi studi, poco incline allo studio. Una crescente passione per la lettura. Pochi mezzi, difficoltà di comprensione, lentezza.
Mio padre: - impara un mestiere ti servirà nella vita!
Bah!
E' qualche anno che leggo, capisco poco, mi piace.
Mi estraneo dalla realtà, dalla mia realtà - vivo diviso -.
La sera sono io, accendo la mia lucina, mi immergo nelle parole scritte, fantastico, mi scollego, mi addormento cavalcando un pensiero.
La mattina mi alzo, prendo la mia bicicletta e stringo me stesso nel mandrino.
Il mandrino del mio tornio stringe me stesso, modifica il mio aspetto, cancella la mia indole.
Prendo la bicicletta, vecchia, arrugginita, cigolante.
Mi piace!
Oltre la sera con le parole e la lucina, mi piace il tragitto dalla mia stanza in affitto e la Breda Elettromeccanica.
Non è un tragitto, è un viaggio di trentacinque minuti.
Questa mattina c’è nebbia, amo la nebbia.
La nebbia è un mandrino enorme, leggero che stringe (soffice) me stesso, non modifica il mio aspetto, mi dona tranquillità: ho un’indole!
La bicicletta è arrugginita, l’ossidazione del ferro mi attrae. Il ferro così solido ed elastico, si consuma polverizzandosi.
Chi l’avrebbe detto!
La mia insegnate mi annoiava, non riuscivo mai a seguire le spiegazioni. Ero attratto da cose pratiche, l’utilizzo delle mani, fare, costruire qualcosa.
Ora non ho più voglia di fare, voglio pedalare nella nebbia ascoltando il cigolio della bicicletta.
S’è rotta una bacchetta del freno, non ho voglia di ripararla. Ne sono capace, non ne ho voglia.
Oggi sarà una giornataccia, nell’aria c’è qualcosa che non capisco, agitazioni sindacali, scioperi degli straordinari.
Sono un crumiro, ho lavorato il giorno di Sant’Ambrogio, non ho fatto il ponte-sciopero suggerito dal sindacato, incontrerò Leone questa mattina.
Si, Leone.
Energico, attivo, così sicuro di se`, impegnato nella lotta contro il “padrone”.
Vorrei essere come lui, avere idee chiare, spendermi in esse. Invece faccio i conti, guadagno 40 mila lire al mese, incremento con gli straordinari.
-Mi sento mediocre!
Non comprendo questi anni, queste lotte, dovrei impegnarmi e non fare il crumiro.
Invece fuggo la realtà, accendo la lucina la sera, pedalo nella nebbia, mi stringo nel mandrino.
Oggi sarà difficile, Leone si scaglierà contro di me, ha un temperamento caldo, mi fa incazzare. Credo sia un opportunista, però si da da fare.
Non ce la farò ad affrontarlo, chiederò aiuto a Guido, il mio capo squadra.
Dovrei essere più schietto: - si, sono un crumiro, non me ne frega un cazzo delle vostre agitazioni, ho l’opportunità di guadagnare qualche soldo in più e me ne frego.
Non ce la faccio, non riuscirei mai a parlargli cosi`. Ho bisogno di un aiuto, spero nella difesa di Guido.
Per il momento sto bene, ho la nebbia, il cigolio della bicicletta.
Il mandrino e Leone sono lontani.
***
Mandrino: è un dispositivo meccanico, installato su una macchina utensile, per esempio un tornio.
Permette di serrare un pezzo, tenedolo ben fermo.
Girando sul proprio asse concede una lavorazione minuta e precisa, si può realizzare una perfetta filettatura, si realizzano pezzi meccanici di alta qualità.
Il mandrino tiene ben fermo il pezzo grezzo.
L’operatore, mediante l’uso di utensili, interviene e modifica il grezzo ricavando un prodotto levigato e finito.
Il pezzo grezzo non ha possibilità di muoversi, stretto nelle ganasce soggiace inerme all’intenzione dell’operatore.
Il mandrino, unito alla macchina meccanica (tornio), permette la modificazione del grezzo.
Lo scopo della lavorazione è realizzare un nuovo pezzo ben levigato e utile per la produzione.
Del pezzo grezzo iniziale non si avrà più conoscenza.

   Mandrino (dettaglio)


   Tornio (moderno) Breda, con il mandrino in primo piano

Il racconto nasce dall'esperienza "I documenti raccontano" e dalla lettura del dossier di documenti dall'archivio Breda presentati a lezione.






La verità, vi prego, sull'amore

W.H. Auden: "La verità, vi prego, sull'amore..."

Ditemi la verità, vi prego, sull’amore
Alcuni dicono che l’amore è un bambino
e alcuni che è un uccello
alcuni dicono che fa girare il mondo
e altri che è solo un’assurdità,
e quando ho chiesto cosa fosse al mio vicino
sua moglie si è seccata e ha detto
che non era il caso di fare queste domande.
Può assomigliare a un pigiama
o a del salame piccante dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare un lama
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un pruno,
o lieve come morbido piumino?
È tagliente o ha gli orli lisci e soffici?
Ditemi la verità, vi prego, sull’amore.

I libri di storia ne parlano
solo in piccole note a fondo pagina,
ma è un argomento molto comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi,
e l’ho visto persino scribacchiato
sulle copertine degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un cane affamato
o fa il fracasso di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
con una sega o con un pianoforte Steinway da concerto?
Quando canta alle feste, è un finimondo?
O apprezzerà soltanto musica classica?
La smetterà quando si vuole un po’ di pace?
Ditemi la verità, vi prego, sull’amore.

L’ho cercato nei chioschi del giardino
ma lì non c’era mai stato:
ho anche esplorato le rive del Tamigi
e l’aria balsamica delle terme.
Non so cosa cantasse il merlo
o che cosa dicesse il tulipano,
ma certo non era nel pollaio
e nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse,
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon cittadino o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se un po’ audaci?
Ditemi la verità, vi prego, sull’amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto grattando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sull’autobus mi pesterà un piede?
Arriverà come il cambiamento improvviso del tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
Ditemi la verità, vi prego, sull’amore.

Giro superficiale


foto:
http://www.thebasiceye.com/galleries.html







Giro superficiale.

Ho scelto due foto, la bicicletta e i pesci.
Una finitudine, in entrambi i casi.

Cosa ne è stato prima?
La bici funzionava, veniva utilizzata, poi non più.
Abbandonata al palo, depredata e malconciata.

I pesci appesi, essiccati.
Verranno mangiati e digeriti.

Hanno speso energie, ora sono finiti.

Le foto rimarranno, gireranno nei mendri della rete, archiviate nelle memorie, negli hard disk.
Qualcuno spenderà due righe, altri le -scrolleranno- velocemente.

Nel -nuovomondo-  la finitudine è immediata!

luciopicca



Otto Dix

Sylvia von Harden – Otto Dix – 1926

 

Repubblica di Weimar, a due passi dal baratro.
La giornalista (Sylvia) è ritratta coi connotati borghesi, vestito ricercato, bocchino, monocolo.

 

Due passi, piccoli camminamenti mattutini, slanci, tentativi speculari.

Marocchino e ciambella.
Buona!
Con lo zucchero.
L’omino scarabocchia una croce sul mio abbonamento-colazione, dieci colazioni diciotto euro: brioche e marocco.

Un cartoncino verde con su scritto: Torrefazione – Caffe` miscela Picchio – Abbonamento – Dieci quadratini numerati. 
Ne sono rimasti solo due liberi: il sette e l’otto.

L’omino non ha rispettato l’ordine numerico, oblitera a caso, il primo quadratino che gli capita: zacchete!
I quadratini sette e otto sono liberi.
Non sono quadratini, sono rettangolini.

Scarabocchia con la penna, l’omino segna il consumo della mia colazione dicendo: fatto!

 -Ho servito il marocchino e la brioche al cliente, è soddisfatto, segno su carta il suo consumo avvenuto-.

Penso alle mie letture serali: Eros e civiltà` di Herbert Marcuse.

Principio del piacere.
Principio della realtà.
Principio della prestazione.

Navigo con la mia mente, il mio approccio naïf.
Il mio libero camminamento.

Il piacere è ontologico, appartiene a noi.
E` interno, non classificabile, ne eticamente gestibile.

La realtà è un macigno, pesante e gravoso, fardellante, fardellato è spropositato.
Atrofizza e distrugge l’ontologico.
E` schiavo di un’etica, quasi mai scritta.
Vive di regole, si ciba del nulla, parla dall’alto.
E` un abito vuoto.
E` inesistente, eppure esiste.

La prestazione è l’uso cognitivo della ragione.
Il calcolo, l’empirico portato a legge.
Binario!
Misura la produzione,  tende al consumo, mangia (anch’esso) l’ontologico.

Il piacere è accerchiato, colpito continuamente.
Sopravvive ai colpi.

Guardo il dipinto di Otto Dix.
Ad un passo dal baratro, dall’inizio della nefandezza nazionalsocialista di Hitler.

Guarda: quando poco piacere sappiamo seguire, e come siamo storti, imbellettati!

luciopicca