venerdì 23 dicembre 2016

in mano

in mano
trasforma in merce ciò che prima era pubblico
ultraindividualismo
studiava gli oggetti curvi
la via di fuga attraverso cui il reale sfuggiva al suo destino di struttura
curvo incedere
sfuggire alla condanna di qualsiasi angolo
in uno spazio di cui vanamente cercano l’inizio
guardare uno sguardo inesistente, conquistati e vinti
èlite neofeudale
tutto trasformato in merce
idee, apparizioni provvisorie di infinito
volevano solo esistere
prendere posizione
liberator
echo chambers
post-truth, post verità
filter bubble, algoritmi che non ci esporrebbero a punti di vista conflittuali
gli spazi delle reti creano isolamento, assenza di confronto e una realtà post-fattuale
declino della fiducia
fake news
misinformation
troppe cose da conoscere in troppo poco tempo
la agricultura es la ciencia de las oportunidades
l'agricoltura è la scienza delle opportunità
mistero, assenza
epoca della presenza globale perpetua
nona ora, cattelan
una gigantesca rete che sta progressivamente imponendo il suo modello culturale e comunicativo
registrazione degli utenti, password d’accesso, filtri, cookies, tracciabilità dei contenuti
riducono la ricchezza posseduta dalla personalità di ciascun individuo a poche informazioni

luciopicca

abbondanza

abbondanza
era iperconnessa
io ridotto a maschera social
l’immagine mediatica e spettacolare
realismo dell’irrealtà
superiorità morale, elitaria e falsa
big pharma
rottura delle gabbie disciplinari
ibridazione interdisciplinare
bricoleur
narrazione
approccio pluridimensionale e intersemiotico
nulla ha successo come il successo
nulla fallisce come il fallimento
peso del mercato, si fa sentire sull’elaborazione
all’uomo piace costruire un confine difensivo intorno a sé
economia digitale
impresa, non è più un dispositivo di produzione ma un portafoglio di attività
isolato, atomizzato e schiacciato dalla razionalità astratta del sistema
logica di funzionamento neutrale
popolo versus élite
destrutturazione indotta dalla tecnologia
la vita assomiglia all’arredamento dell’ufficio e dell’abitazione
precariato cognitivo
disagio introiettato, si tenta di risolverlo a proprie spese
gabbia d’acciaio neoliberale
there is no alternative

luciopicca

Gabriele scrive

26 Dicembre 2015, Sabato – Ora di colazione.
(Gabriele scrive)
Mi hanno regalato, a Natale, l' Inquisitor.
E’ una macchina –Star Wars- che cammina sulla neve.
L’ Inquisitor conteneva un personaggio che si chiama: Inquisitore, era un cattivo e uccideva le persone.
Martedì scorso ho visto il film di Star Wars – Il risveglio della forza.
I personaggi che mi piacevano di più sono:
Kylo Ren, mi piaceva perché aveva la spada laser a tre punte;
Ian Solo, mi piaceva perché aveva costruito il –Millenium Falcon-;
Cubecca, mi piaceva perché era divertente, e era una specie di –Big Foot-.
Kylo Ren non mi piaceva, ma mi piaceva la spada.
Kylo Ren non mi piaceva perché aveva ucciso suo padre Ian Solo.
(…adesso mi distendo le dita, perché ho i crampi)
Mia mamma mangia pane, burro e marmellata, invece Francesca mangia pane, burro e marmellata e beve il latte.
Arriva Alice la bella, anzi la brutta addormentata nel bosco.
La zia Roberta è diventata vecchia, compie 48 anni. Zia è nata alle cinque meno venti, nel pomeriggio.
Io sono nato insieme a mia sorella Emma, che dice: “Sono nata prima io”.
Francesca assomiglia a… Boh!
Alice assomiglia a mamma.
Emma assomiglia ad Annalisa.
Gli animali che mi piacciono sono:
-l’Aquila Arpia,
-Il Condor,
-Il Falco.
L’animale che mi sta antipatico è la tracina.
L’animale buffo, che mi piace è il -pesce cappello-.
Pensiero su Anita:
Anita è una babbea, sembra un diavolo, è una bestia, fa pena, sembra un babbuino, non ha nessuno aspetto simpatico.
E’ cattiva, assomiglia all’animale “penoso”
Gli amici, che mi sono simpatici, sono:
-Matteo, perché siamo migliori amici;
-Riccardo, perché mi fido di lui;
-Andrea, perché mi è simpatico;
-Federico Maria, perché siamo migliori amici.
La maestra Rita, che insegna geografia e scienze, mi piace perché da pochi compiti, e perché non sgrida quasi mai.
Io mi chiamo Gabriele S., sono nato a Velletri il 21 Luglio 2007.
Abito a Velletri in Via P., numero civico 3..
Frequento la III C nella Scuola C. P. di Velletri.
Mi piace il purè
Non mi piace l’insalata
Mi piace il –Millenium Falcon- (astronave di Star Wars)
Non mi piace sporcarmi
Mi piace sentirmi felice
Non mi piace essere infelice
Mi piacciono i ragni (il ragno più grande che ho tenuto in mano, era grande come un numero della tombola)
Le formiche sono: “Scoccolose”.
Io e Emma andavamo ad uccidere le formiche con lo spruzzino.
Parole inventate, oggi invento delle parole:
-Acreteo, significa amaro
-Tendulum, significa pendolo
-Argofo, significa gufo
-Bonire, significa bere
-Agliat, significa tagliare
Zio Lucio dice: -Suffutufa!
Prova di descrizione.
Sul tavolo c’è un omino –Lego-
ha i guanti bianchi,
ha un “keep” bianco e nero,
ha una cintura,
ha dei pantaloni blu e neri,
ha un’armatura,
ha una camicia nera e una cravatta nera.
L’omino sta pensando di andare sul –Millenium Falcon-.
Adesso sono stanco e smetto di scrivere.
Tanti saluti da Gabriele.

luciopicca

Urlo!


Urlo

 

E poi la parola, ah, le parole! Bisogna stare attenti con le parole, bisogna trovare sempre la parolina giusta, quella in grado di dare la cifra esatta di quello che si vuole dire. Le parole sono una cosa delicata, il percorso che va dal cervello alla lingua è la distanza più lunga che si può percorrere. Ad esempio, io non capisco la parola «malessere», la parola «disagio». Sono parole cave, vuoti lemmi anestetizzati dall’uso. Malessere non vuol dire un cazzo, disagio non vuol dire un cazzo. Che cazzo vogliono dire? «Cucchiaio» vuol dire qualcosa, e anche «casa» vuol dire qualcosa. Tutti hanno un cucchiaio e sanno cosa vuol dire. Tutti hanno una casa o ne desiderano il concetto. Tutti hanno anche un malessere, ma il mio malessere è diverso dal tuo e pertanto non posso sapere come stai. Quindi quando trovo scritto, nelle recensioni o nelle quarte, che qualcosa o qualcuno «dà voce a un malessere» mi girano le palle. Se poi di questo malessere si dice pure che è «generazionale» divento una bestia. I ghiacciai che si sciolgono mentre parli non sono l’espressione di un disagio, sono un dolore di specie. E sono oltretutto una cosa terribile e terribilmente vera, che ci sopraffarà tutti (è di questi giorni la notizia che il Polo nord nel 2040 sarà un mare. Un mare, qualcuno se ne sta rendendo conto?, un mare: non ci saranno i ghiacciai, gli iceberg, gli animali di quelle terre. Non ci sarà un cazzo di niente, ci sarà un mare, e noi se saremo vivi nuoteremo nella nostra merda artica e penseremo che chi cazzo se ne frega degli orsi bianchi e dell’equilibro del sistema naturale, e delle specie, e delle possibilità di un futuro per tutti: «cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero»). Se penso a quello che succede, a come vanno le cose, a come sta il mondo, a come sto io.

(Tratto da: Andiamo a vedere Le luci della centrale elettrica di Andrea Tarabbia)

 

 

Fa bene urlare, esagerare, tingere di nero il grigio.

E’ una forma di reazione, si percepisce un disagio, non si sa come risolverlo:

Urla! Urliamo!

 

Si esagera.

Il mondo cambia, diviene, non è sempre un male.

Non sappiamo spiegarlo.

Abbiamo paura.

L’Ottocento ci donò lo slancio per capire, sembrava che potessimo chiudere il cerchio.

 Il Novecento ci donò la quantistica: - Uomo sei piccolo, piccolino, credevi di poter dominare, sei stato dominato.

Il CAOS è un brivido

  • corri, corri quel brivido non lo raggiungi-
     
    Posso iniziare la mia mattinata
    Bye
    Lucio

Risveglio

Lara Lucaccioni





Risveglio

Troppo calda l’acqua stamattina
mi svapora nei pensieri secchi
di domande all’amo che mi pasce.
Sto aggrappata e il labbro si rigonfia
spingo l’occhio a domandare tregue
dallo specchio che scartella albe di me.
Respiro e non controllo, chiudo rughe
a mastice rappreso. Chiedo al gatto
pareri sulle scarpe rosse. Ed esco.


Una Poesia

Azzurra D'Agostino

Non c’è una sola legge del mondo
che io conosca. Non saprei dire
cosa muove queste fronde perché la mela
cade come mai i colori cambiano
con che coraggio il ragno lancia
la sottile trama come fa a sapere
che da qualche parte quel suo bagliore
attraccherà. Il ragno chissà perché
più di me ha fiducia che il mondo esiste
e che sia un posto in cui può stare.
Non una sola legge al mondo invece
io conosco mi dispiace non mi è dato
di credere a nessuna spiegazione
perché così e così e questo e quello…
io non riesco io continuo istupidita a vacillare
a ogni primo vacillare della stella,
a ogni tremore del bosco, del sole nella sera,
della mano che piano piano tocca
il cavo del collo, della bocca.


Azzurra D’Agostino è nata a Porretta Terme, sull’Appennino Tosco-Emiliano. Ha scritto le raccolte D’in nci’un là (I Quaderni del battello ebbro, 2003) e Con ordine (Lietocolle, 2005). Ha pubblicato interventi, racconti, poesie, testi di drammaturgia su varie riviste e antologie (tra cui Best off 2006, minimum fax; Poesia e natura, Le Lettere; L’Almanacco dello specchio, Mondadori; Bloggirls, Mondadori).

Zaira


ZAIRA - Italo Calvino

Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d'un lampione e i piedi penzolanti d'un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l'altezza di quella ringhiera e il salto dell'adultero che la scavalca all'alba; l'inclinazione d'una grondaia e l'incedervi d'un gatto che si infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all'improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell'usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce lì sul molo.

Di quest'onda che rifluisce dai ricordi la città s'imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d'una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole. 

Italo Calvino, Le città invisibili