mercoledì 26 giugno 2024

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Tucidide - Dialogo degli ateniesi e dei melii sulla giustizia in guerra

 

Dialogo degli ateniesi e dei melii sulla giustizia in guerra

Tucidide

Melii

Pure, la presente riunione è stata indetta per discutere della nostra salvezza, e la discussione si svolga, se vi piace, nel modo in cui ci invitate a discutere.

Ateniesi

Noi dunque non vi offriremo una non persuasiva lungaggine di parole con l’aiuto di belle frasi, cioè che il nostro impero è giusto perché abbiamo abbattuto i Medi o che ora perseguiamo il nostro diritto perché siamo stati offesi; ma ugualmente pretendiamo che neppur voi crediate di persuaderci dicendoci che, per quanto coloni dei Lacedemoni, non vi siete uniti a loro per farci guerra o che non ci avete fatto alcun torto. Pretendiamo invece che si mandi ad effetto ciò che è possibile a seconda della reale convinzione che ha ciascuno di noi, ché noi siamo certi, di fronte a voi, persone informate, che nelle considerazioni umane il diritto è riconosciuto in seguito a una uguale necessità per le due parti, mentre chi è più forte fa quello che può e chi è più debole cede.

Melii

A nostro parere, almeno, è utile (è necessario infatti usare questo termine, dal momento che avete così proposto di parlare dell’utile invece che del giusto) – è utile che noi non distruggiamo questo bene comune, ma che sia conservata la giustizia a colui che di volta in volta si trova in mezzo ai pericoli, e che sia avvantaggiato colui che riesce a persuadere un altro anche senza raggiungere i limiti dell’esattezza più rigorosa. E questo fatto non è meno utile nei vostri riguardi, in quanto in caso di insuccesso sarete d’esempio agli altri a prezzo di una severissima punizione.

Ateniesi

Ma noi non temiamo la fine del nostro impero se anche dovesse finire, ché non sono terribili per i vinti quelli che, come i Lacedemoni, comandano agli altri (e del resto la presente contesa non riguarda noi e i Lacedemoni), bensì i soggetti, qualora di propria iniziativa assalgano chi li comanda e lo sottomettano. E su questa questione ci sia permesso di correre rischi: ma che noi siamo qui per avvantaggiare il nostro impero e che, per salvare la vostra città, ora vi facciamo questi discorsi, tutto ciò ve lo mostreremo, intenzionati a comandare a voi senza affrontare fatiche e a salvarvi con utilità per entrambi.

Melii

E come può derivare dell’utile a noi dall’essere vostri schiavi, come a voi dal comandarci?

Ateniesi

Perché a voi toccherebbe obbedire invece di subire la sorte più atroce, mentre noi se non vi distruggessimo ci guadagneremmo.

Melii

E che noi restando in pace fossimo amici invece che nemici, ma alleati di nessuna delle due parti, non l’accettereste?

Ateniesi

No, perché la vostra ostilità non ci danneggia tanto quanto la vostra amicizia, manifesto esempio per i sudditi della nostra debolezza, mentre l’odio lo è della nostra potenza.

Melii

È così che vedono la giustizia i vostri sudditi, sì da porre sullo stesso piano quei popoli che non hanno niente a che fare con voi e quelli che, vostri coloni per la maggior parte e vostri ribelli in un certo numero, sono stati da voi assoggettati?

Ateniesi

Sì, perché credono che né gli uni né gli altri manchino di giustificazioni per se stessi, e credono che alcuni di loro possano salvarsi grazie alla loro potenza, mentre noi non li assaliamo per paura. Sicché, oltre a farci comandare a un maggior numero di persone, voi con la vostra sottomissione ci fornireste la sicurezza, tanto più se voi, isolani e per giunta più deboli di altri, siete sconfitti da un popolo dominatore del mare.

Melii

E nell’altro caso non credete che vi sia la sicurezza? Giacché, come voi ci avete distolto dal discorrere della giustizia e ci avete consigliato di obbedire a ciò che è utile per voi, così noi, mostrandovi il nostro vantaggio, dobbiamo cercare di persuadervi anche sul seguente punto, cioè nel caso che il nostro utile coincida anche col vostro. Ché tutti quelli che ora sono neutrali, come non ve li renderete nemici allorché, guardando a quanto avviene a noi, penseranno che un giorno voi assalirete anche loro? E in tal caso, che altro farete se non aumentare i nemici che avete di già e persuadere i riluttanti a esserlo, mentre ora non ne hanno nessuna intenzione?

Ateniesi

No, perché noi non consideriamo pericolosi quelli che, abitatori di qualche parte della terraferma, grazie alla loro libertà intatta si guarderanno bene dallo stare sulla difensiva nei nostri riguardi; al contrario, noi temiamo quelli che, da qualche parte, sono isolani e non soggetti al nostro impero, come voi, insieme a quelli che ormai sono esasperati dalla costrizione del nostro comando. Ché costoro, abbandonandosi a calcoli errati, potrebbero numerosissime volte esporre se stessi e noi a un manifesto pericolo.

Melii

Ma, certo, se voi affrontate tali pericoli perché il vostro impero non abbia mai fine, e se i vostri sudditi li affrontano per liberarsene, per noi che siamo ancora liberi sarebbe grande viltà e debolezza il non affrontare ogni vicissitudine prima di essere schiavi.

Ateniesi

No, se la vostra deliberazione sarà ispirata a saggezza: ché per voi la lotta ora non è su di un piano di parità, per decidere l’eccellenza dell’uomo, cioè per non essere tacciati di un’onta; ora piuttosto si decide la salvezza, cioè di non opporsi a chi è molto più forte. […]

Melii

Certo anche noi, siatene sicuri, pensiamo che sia difficile lottare contro le vostre forze e contro la sorte, se essa non sarà favorevole. Pure, noi confidiamo di non essere in stato di inferiorità per quanto riguarda la sorte che ci manderà la divinità, giacché noi, pii, ci opponiamo a persone ingiuste, e abbiamo fiducia che la lacuna delle nostre forze sarà riempita dall’alleanza coi Lacedemoni, i quali saranno costretti ad aiutarci se non altro per dovere di consanguineità e per sentimento di onore. E insomma, la nostra audacia non ci sembra del tutto infondata.

Ateniesi

Ma per quanto riguarda la pietà dei sentimenti verso la divinità, neppur noi crediamo di restare indietro, ché noi non esigiamo né facciamo alcuna cosa che devii dalle umane credenze nei confronti della divinità o dagli umani desideri nei confronti di se stessi. [2] Noi crediamo infatti che per legge di natura chi è più forte comandi: che questo lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini, lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza.

ENRICO BERLINGUER - tre articoli

 

ENRICO BERLINGUER

IL CILE, L'ITALIA E IL COMPROMESSO STORICO. I TRE ARTICOLI DI ENRICO BERLINGUER (1973)

 


28.09.1973
IMPERIALISMO E COESISTENZA
ALLA LUCE DEI FATTI CILENI
di Enrico Berlinguer



Gli avvenimenti cileni sono stati e sono vissuti come un dramma da milioni di uomini sparsi in tutti i continenti. Si è avvertito e si avverte che si tratta di un fatto di portata mondiale, che non solo suscita sentimenti di esecrazione verso i responsabili del golpe reazionario e dei massacri di massa, e di solidarietà per chi ne è vittima e vi resiste, ma che propone interrogativi i quali appassionano i combattenti della democrazia in ogni paese e muovono alla riflessione. Non giova nascondersi che il colpo gravissimo inferto alla democrazia cilena, alle conquiste sociali e alle prospettive di avanzata dei lavoratori di quel paese è anche un colpo che si ripercuote sul movimento di liberazione e di emancipazione dei popoli latino-americani e sull’intero movimento operaio e democratico mondiale; e come tale è sentito anche in Italia dai comunisti, dai socialisti, dalle masse lavoratrici, da tutti i democratici e antifascisti.



Ma come sempre è avvenuto di fronte ad altri eventi di tale drammaticità e gravità, i combattenti per la causa della libertà e del socialismo non reagiscono con lo scoramento o solo con la deprecazione e la collera, ma cercano di trarre un ammaestramento. Inquesto caso l’ammaestramento tocca direttamente masse sterminate della popolazione mondiale, chiamando vasti strati sociali, non ancora conquistati alla nostra visione dello scontro sociale e politico che è in atto nel mondo di oggi, a scorgere e intendere alcuni dati fondamentali della realtà. Ciò costituisce una delle premesse indispensabili per un’ampia e vigorosa partecipazione alla lotta volta a cambiare tali dati.


Anzitutto, gli eventi cileni estendono la consapevolezza, contro ogni illusione, che i caratteri dell’imperialismo, e di quello nord-americano in particolare, restano la sopraffazione e la jugulazione economica e politica, lo spirito di aggressione e di conquista, la tendenza a opprimere i popoli e a privarli della loro indipendenza, libertà e unità ogni qualvolta le circostanze concrete e i rapporti di forza lo consentano. In secondo luogo, gli avvenimenti in Cile mettono in piena evidenza chi sono e dove stanno nei paesi del cosiddetto «mondo libero», i nemici della democrazia. L’opinione pubblica di questi paesi, bombardata da anni e da decenni da una propaganda che addita nel movimento operaio, nei socialisti e nei comunisti i nemici della democrazia, ha oggi davanti a sé una nuova lampante prova che le classi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentano o se ne lasciano asservire, sono pronti a distruggere ogni libertà e a calpestare ogni diritto civile e ogni principio umano quando sono colpiti o minacciati i propri privilegi e il proprio potere.

Compito dei comunisti e di tutti i combattenti per la causa del progresso democratico e della liberazione dei popoli è di far leva sulla più diffusa consapevolezza di queste verità per richiamare la vigile attenzione di tutti sui percoli che l'imperialismo e le classi dominanti borghesi fanno correre alla libertà dei popoli e all’indipendenza delle nazioni, e per sviluppare in masse sempre più estese l’impegno democratico e rivoluzionario per modificare ulteriormente, nel mondo e in ogni paese, i rapporti di forza a vantaggio delle classi lavoratrici, dei movimenti di liberazione nazionale e di tutto lo schieramento democratico eantimperialistico. Gli avvenimenti del Cile possono e devono suscitare, insieme a un possente e duraturo movimento di solidarietà con quel popolo, un più generale risveglio delle coscienze democratiche, e soprattutto un’azione per l’entrata in campo di nuove forze disposte a lottare concretamente contro l’imperialismo e contro la reazione.


A questo fine è indispensabile assolvere anche al compito di una attenta riflessione per trarre dalla tragedia politica del Cile utili insegnamenti relativi a un più ampio e approfondito giudizio sia sul quadro internazionale, sia sulla strategia e tattica del movimento operaio e democratico in vari paesi, tra i quali il nostro.


Il peso decisivo dell’interventoUsa

Nessuna persona seria può contestare che sugli avvenimenti cileni ha pesato in modo decisivo la presenzae l’intervento dell’imperialismo nord-americano. La coscienza popolare l’ha avvertito immediatamente. Al di là di pur illuminanti episodi della cronaca politica e diplomatica relativa ai giorni del golpe e a quelli immediatamente precedenti,sta il fatto che, fin dall’avvento del governo di Unità popolare i gruppi monopolistici nord-americani presenti con posizioni dominanti nell’economia cilena (rame, Itt) e i circoli dirigenti dell’amministrazione degli Usa hanno intrapreso una sistematica azione su tutti i terreni - dalla guerra economica alla sovversione - per provocare il fallimento del governo Allende e per rovesciarlo.


Del resto, questo e altri modi di intervento degli Usa ai danni dei popoli e delle nazioni che aspirano all’indipendenza non sono certo un’eccezione, ma, specialmente nell’AmericaLatina, la regola. Chi non ha presenti i brutali interventi in Guatemala, nella Repubblica dominicana e in tanti altri Stati? E chi non sa che Cuba socialista, con la sua fermezza e con la sua unità, e grazie anche alla solidarietà e al sostegno dell’Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti, ha dovuto respingere per anni manovre, provocazioni, boicottaggio economico, attacchi diretti al suo territorio e deve essere sempre vigilante per salvaguardare ancor oggi la propria indipendenza?

Anche in altre zone del mondo, si tratti delle aree sottosviluppate dell’Asia e dell’Africa o si tratti degli stessi paesi di capitalismo avanzato (dal Giappone all’Europa occidentale) non cessano di manifestarsi la penetrazione dell’imperialismo americano e la sua iniziativa, in tutte le forme possibili, per mantenere o estendere le sueposizioni economiche, politiche e strategiche.

Una situazione in movimento e di scontro

Che cosa può contrastare, limitare e far arretrare questa tendenza dell’imperialismo? La risposta più semplice è anche quella più vera: la modificazione progressiva dei rapporti di forza a suo svantaggio e a favore dei popoli che aspirano alla propria liberazione e di tutti i paesi che lottano per un nuovo assetto del mondo e per un nuovo sistema di rapporti tra gli Stati. È proprio in questa direzione che va il processo storico mondiale da quasi sessanta anni, da quando la rivoluzione russa del 1917 ha spezzato per la prima volta la dominazione esclusiva dell’imperialismo e del capitalismo. Da allora, e soprattutto dopo la vittoria sul nazismo, dopola vittoria della rivoluzione cinese e con il crollo del vecchio sistema coloniale inglese e francese, l’area sottoposta al controllo dell’imperialismo si è andata restringendo. Sconfitta la politica folle e avventurosa che pretendeva poi rovesciare i regimi socialisti sorti dopo la seconda guerra mondiale in Europa e in Asia (la politica del roll-back) le potenze capitalistiche e gli stessi Usa sono ormai costretti a riconoscere che i regimi socialisti, ovunque esistenti, non possono essere toccati e che con essi bisogna fare i conti e trattare.

Altri Stati, sorti dallo sfacelo del sistema coloniale, hanno potuto costruire e difendono con sempre maggiore vigore la propria indipendenza; e alcuni di tali Stati manifestano la tendenza a orientare l’edificazione dei loro ordinamenti economici e sociali in direzione del socialismo. In questo quadro ha avuto e ha enorme portata la vittoria dell’eroico popolo del Vietnam, sostenuto dai paesi socialisti e da un possente movimento internazionale di solidarietà, contro l’aggressione americana. Tale vittoria ha inflitto un nuovo duro colpo alle pretese imperialistiche, e rappresenta un nuovo determinante contributo al mutamento dei rapporti di forza nel mondo e al progredire di una politica di distensionee di pacifici negoziati nei rapporti fra gli Stati. Ma inoltre gli Usa sono oggi costretti a fare i conti con una crescente volontà di autonomia che si viene manifestando, soprattutto negli ultimi anni, nei paesi dell’Occidente europeo.

Infine, per grave che sia il colpoche viene dal rovesciamento del governo di Unità popolare in Cile, il moto di riscossa e di liberazione, che resta una realtà non cancellabile nei paesi dell’America latina, non cesserà certo di esprimersi nelle forme più diverse e di trovare la strada per opporsi con successi anche parziali al dominio nord-americano e alle cricche locali ad esso asservite. Non sta a dire proprio questo il fatto che il colpo di Stato militare incontra nel popolo cileno e solleva in altri paesi latino-americani e ovunque una resistenza, una condanna e una risposta quali non si erano verificate in occasione di altri colpi diStato reazionari?


Il riconoscimento della tendenza di fondo che si va affermando nel processo storico mondiale - e che dà luogo, in ultima analisi, a una progressiva riduzione dell’area del dominio delle forze imperialistiche - non ci impedisce certo di constatare (e proprio dal Cile ci viene in questi giorni un nuovo severo monito) che l’imperialismo internazionale e le forze reazionarie in molti paesi sono in grado di contenerela lotta e mancipatrice dei popoli e in certi casi di infliggere duri scacchi alle forze animatrici di tale lotta. Solo tenendo presente questo dato difatto, e cogliendo in ogni regione del mondo, in ogni paese e in ogni momento le forme concrete in cui si esprime o si può prevedere che si esprima, è possibile evitare di essere colti di sorpresa, di cadere in errori e mettersi invece in grado di organizzare e condurre un’azione rivoluzionaria e democratica pronta e adeguata.

I due piani della lotta per la pace

Qualcuno si è domandato come sia possibile che interventi così brutali come quello effettuato in Cile dalle forze dell’imperialismo e della reazione continuino a verificarsi in una fase della vita internazionale nella quale si vanno compiendo passi sempre più spediti sulla via della distensione e della coesistenza pacifica nei rapportitra Stati con diverso regime sociale. Ma chi ha mai sostenuto che la distensione internazionale e la coesistenza significano l’avvento di un’era di tranquillità, la fine della lotta delle classi sul piano interno e internazionale, delle controrivoluzioni e delle rivoluzioni?

La politica della distensione, nella prospettiva della pacifica coesistenza, è prima di tutto la via obbligata per garantire un obiettivo primario, di interesse vitale per tutta l’umanità e per ciascun popolo: evitare la catastrofe della guerra atomica e termonucleare, assicurare la pace mondiale, affermare il principio del negoziato come unico mezzo per risolvere le controversie tra gli Stati. Inoltre, la distensione e la coesistenza, in quanto implicano la riduzione progressiva di tutti gli armamenti e forme molteplici e crescenti di cooperazione economica, scientificae culturale, sia sul piano bilaterale che su quello multilaterale, sono una delle vie per affrontare con sforzi congiunti i grandi problemi del mondo contemporaneo, quali quelli del sollevamento delle aree depresse, dell’inquinamento, della lotta contro l’indigenza e le malattie sociali, ecc.

La distensione e la coesistenza non comportano di per sé, automaticamente e in un periodo breve, il superamento della divisione del mondo in blocchi e zone di influenza, e quindi non precludono agli Usa la possibilità di interferire nei più vari modi, compresi quelli più sfacciati, nelle zone e nei paesi che essi vorrebbero acquisiti per sempre dentro la sfera del loro dominio diretto o indiretto.

La divisione del mondo in blocchi ed aree diverse è un fatto che preesiste alla politica della distensione e della coesistenza in quanto è il risultato di tutto lo svolgimento del processo storico mondiale, dalla Rivoluzione d’Ottobre alla seconda guerra mondiale fino agli eventi, di diverso segno, di questi ultimi decenni che hanno determinato l’attuale dislocamento degli equilibri internazionali e interni. Né va dimenticato il peso negativo che esercitano sulla vita internazionale quelle divisioni fra i paesi socialisti che hanno il loro punto di massima serietà nei contrasti tra la Cina popolare e l’Unione Sovietica.


L’ulteriore mutamento dei presenti equilibri a favore delle forze del progresso dipende, in primo luogo, dalla capacità di lotta e di iniziativa del proletariato, dei lavoratori, delle masse popolari e delle loro organizzazioni in ogni singolo paese. Ma è anche evidente che il progredire della distensione e della coesistenza costituisce una condizione indispensabile per favorire il superamento della divisione del mondoin blocchi o zone d’influenza, per facilitare l’affermazione del diritto di ogni nazione alla propria indipendenza e quindi, in ultima analisi, per ridurrele possibilità dell’interferenza imperialistica nella vita di altri paesi. In pari tempo camminare decisamente sulla strada della distensione e della coesistenza significa sollecitare i processi di sviluppo della democrazia e della libertà in tutti i paesi del mondo, quale che sia il loro regime sociale.


Questa è la concezione che abbiamonoi della distinzione e coesistenza: una concezione dinamica e aperta, che simisura e si confronta con un’altra concezione, propria dell’imperialismo, il quale, anche quando è costretto al negoziato con i paesi socialisti, pretendedi fissare il quadro mondiale allo status quo dei rapporti diforza in atto nel mondo e nei vari paesi. Da tutto ciò si conferma la necessità di continuare a lottare tenacemente, sul piano internazionale, per far avanzare il processo della distensione e della coesistenza e per svilupparne tutte le potenzialità positive e, al tempo stesso, di proseguire in ogni paese le battaglie per l'indipendenza nazionale e per la trasformazione in senso democratico e socialista dell’assetto economico e sociale e degli ordinamenti politici e statali.

Il nostro partito ha sempre tenuto conto del rapporto imprescindibile tra questi due piani. Da una parte, come ci ha abituato a fare Togliatti, abbiamo cercato di valutare freddamente le condizioni complessive dei rapporti mondiali e il contesto internazionale in cui è collocata l’Italia. Dall’altra parte ci siamo sforzati di individuare esattamente lo stato dei rapporti di forza all’interno del nostro paese.

In particolare abbiamo sempre dato il dovuto peso in tutta la nostra condotta al dato fondamentale costituito dall’appartenenza dell’Italia al blocco politico-militare dominato dagli Usa e agli inevitabili condizionamenti che ne conseguono. Ma la consapevolezza di questo dato oggettivo non ci ha certo portato all’inerzia e alla paralisi.Abbiamo reagito e reagiamo con la nostra iniziativa e con la nostra lotta.Tutti i tentativi di schiacciarci o di isolarci li abbiamo respinti. La nostra forza e la nostra influenza fra le masse popolari e nella vita nazionale sono anzi cresciuti. Su questa strada si può e si deve andare avanti. Dunque, anzitutto, si tratta di modificare gli interni rapporti di forza in misura tale da scoraggiare e rendere vano ogni tentativo dei gruppi reazionari interni e internazionali di sovvertire il quadro democratico e costituzionale, di colpire le conquiste raggiunte dal nostro popolo, di spezzarne l’unità e di arrestare la sua avanzata verso la trasformazione della società.

In pari tempo, la nostra lotta e la nostra iniziativa vanno sviluppate anche sul terreno dei rapporti internazionali, sia dando un nostro contributo a tutte le battaglie che in Europa e in ogni parte del mondo possono condurre a indebolire le forzedell’imperialismo, della reazione e del fascismo, sia sollecitando una politica estera italiana che affermi, insieme alla volontà del nostro paese di vivere in pace e in amicizia con tutti gli altri paesi, il diritto del popolo italiano di costruirsi in piena libertà il proprio avvenire.


Decisi passi avanti possono compiersi oggi in questa direzione perché le esigenze e le proposte che noi avanziamo si collocano in un quadro europeo caratterizzato da sensibili progressi della distensione e perché esse si incontrano con analoghe aspirazioni e iniziative che si manifestano in altri paesi dell’Europa occidentale. Da ciò abbiamo ricavato una linea che s’incentra nella proposta di lavorare per un assetto di pace nel Mediterraneo e per un’Europa occidentale autonoma, pacifica, democratica. Lavorare per questo obiettivo non vuol dire porre una tale Europa, e in essa l’Italia, in una posizione di ostilità o versol’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti o verso gli Stati Uniti. Chi ciò volesse si proporrebbe qualcosa di assurdo, di velleitario e, in ultima analisi, di antitetico alla logica di una politica di distensione e di sviluppo democratico per il nostro paese e per tutti gli altri paesi dell’Europa. La lotta conseguente per questa linea di politica internazionale è parte fondamentale della prospettiva che chiamiamo via italiana al socialismo.

Prime considerazioni sull’Italia

Gli avvenimenti cileni ci sollecitano a una riflessione attenta che non riguarda solo il quadro internazionale e i problemi della politica estera, ma anche quelli relativi alla lotta e alla prospettiva della trasformazione democratica e socialista del nostro paese. Non devono sfuggire ai comunisti e ai democratici le profonde differenze tra la situazione del Cile e quella italiana. Il Cile e l’Italia sono situati in due regioni del mondo assai diverse, quali l’America latina e l’Europa occidentale.

Differenti sono anche il rispettivo assetto sociale, la struttura economica e il grado di sviluppo delle forze produttive, così come sono diversi il sistema istituzionale (Repubblica presidenziale in Cile, Repubblica parlamentare in Italia) e gli ordinamenti statali. Altre differenze esistono nelle tradizioni e negli orientamenti delle forze politiche, nel loro peso rispettivo e nei loro rapporti. Ma insieme alle differenze vi sono anche delle analogie, e in particolare quella che i comunisti e i socialisti cileni si erano proposti anch’essi di perseguire una via democratica al socialismo. 
Dal complesso delle differenze e delle analogie occorre dunque trarre motivo per approfondire e precisare meglio in che cosa consiste e come può avanzare la via italiana al socialismo.



05.10.1973
VIA DEMOCRATICA
E VIOLENZA REAZIONARIA
di Enrico Berlinguer



È necessario ricordare sempre le ragioni di fondo che ci hanno portato a elaborare e a seguire quella strategia politica che Togliatti chiamò di «avanzata dell’Italia verso il socialismo nella democrazia e nella pace». È noto che le origini di questa elaborazione stanno nel pensiero e nell’azione di Antonio Gramsci e del gruppo dirigente che si raccolse attorno a lui e lavorò nel solco del suo insegnamento. Il Congresso di Lione del 1926 sancì la vittoria della lotta contro l’estremismo e il settarismo che avevano caratterizzato l’azione del partito nel primissimo periodo della sua esistenza e che Lenin aveva aspramente criticato e invitato energicamente a superare. Il Congresso di Lione segnò l’avvio di quella analisi comunista della storia e delle strutture della società italiana che fu poi sviluppata e approfondita da Gramsci negli scritti dal carcere e negli orientamenti e nell’attività del gruppo dirigente, guidato da Togliatti, che fu alla testa del partito durante gli anni del fascismo e che lo rese capace di svolgere azione politica.

Ma il momento decisivo, per la vita del partito e per la vita del paese, dell’affermarsi e del pieno dispiegarsi della scelta storica e politica che informa tutta la nostra azione, fu costituito dalla linea unitaria che indicammo e seguimmo nella guerra di liberazione antifascista e dalla svolta di Salerno.

Dopo la liberazione, riconquistate le libertà democratiche, l’Italia si trovò nelle condizioni di paese occupato dagli eserciti delle potenze capitalistiche (Stati Uniti, Gran Bretagna).Questo dato di fatto non poteva davvero essere sottovalutato, così come successivamente e ancor oggi non può essere sottovalutato il dato - che abbiamo già ricordato - costituito dalla collocazione dell’Italia in un determinato blocco politico-militare. Dove, come nella Grecia del 1945, questa condizione internazionale non fu considerata in tutte le sue implicazioni, il movimento operaio e comunista andò incontro alla avventura, subì una tragica sconfitta e venne ricacciato indietro, in quella situazione di clandestinità dalla quale era appena uscito.


Ma non fu questo il solo fattore che determinò le nostre scelte di strategia e di tattica. Il senso più profondo della svolta stava nella necessità e nella volontà del partito comunista di fare i conti con tutta la storia italiana, e quindi anche con tutte le forze storiche (d’ispirazione socialista, cattolica e di altre ispirazioni democratiche) che erano presenti sulla scena del paese e che si battevano insieme a noi per la democrazia, per l’indipendenza del paese e per la sua unità. La novità stava nel fatto che nel corso della guerra di liberazione si era creata una unità che comprendeva tutte queste forze. Si trattava di una unità che si estendeva dal proletario, dai contadini, da vasti strati della piccola borghesia fino a gruppi della media borghesia progressiva, a gran parte del movimento cattolico di massa e anche a formazioni e quadri delle forze armate.


«Noi eravamo stati in prima fila tra i promotori, organizzatori e dirigenti di questa unità, che possedeva un suo programma di rinnovamento di tutta la vita del paese, un programma che non venne formulato in tavole scritte se non parzialmente, ma era orientato verso la instaurazione di un regime di democrazia politica avanzata, riforme profonde di tutto l’ordinamento economico e sociale e l’avvento alla direzione della società di un nuovo blocco di forze progressive. La nostra politica consistette nel lottare in modo aperto e coerente per questa soluzione, la quale comportava uno sviluppo democratico e un rinnovamento sociale orientati nella direzione del socialismo. Non è, dunque, che noi dovessimo fare una scelta tra la via di una insurrezione legata alla prospettiva di una sconfitta, e una via di evoluzione tranquilla, priva di asprezze e di rischi. La via aperta davanti a noi era una sola, dettata dalle circostanze oggettive, dalle vittorie riportate combattendo e dalla unità e dai programmi sorti nella lotta. Si trattava di guidare e spingere avanti, sforzandosi di superare e spezzare tutti gli ostacoli e le resistenze, un movimento reale di massa, che usciva vittorioso dalle prove di una guerra civile. Questo era il compito più rivoluzionario che allora si ponesse, e per adempierlo, concentrammo le forze». Così Togliatti si esprimeva in quella magistrale sintesi della nostra politica con la quale aprì il rapporto presentato al X Congresso del partito.

Sappiamo bene che la politica di rottura dell’unità delle forze popolari e antifasciste perseguita dai gruppi conservatori e reazionari interni e internazionali e dalla Democrazia cristiana- una politica che il paese ha pagato duramente - ha interrotto il processo di rinnovamento avviato dalla Resistenza. Essa non è però riuscita a chiuderlo. Un esteso e robusto tessuto unitario ha resistito nel paese e nelle coscienze a tutti i tentativi di lacerazione; e questo tessuto, negli ultimi anni, ha ripreso a svilupparsi, sul piano sociale e su quello politico, in forme nuove, certo, ma che hanno per protagoniste le stesse forze storiche che si erano unite nella Resistenza.


Il compito nostro essenziale - ed è un compito che può essere assolto - è dunque quello di estendere il tessuto unitario, di raccogliere attorno a un programma di lotta per il risanamento e rinnovamento democratico dell’intera società e dello Stato la grande maggioranza del popolo, e di far corrispondere a questo programma e a questa maggioranza uno schieramento di forze politiche capace di realizzarlo. Solo questa linea e nessun’altra può isolare e sconfiggere i gruppi conservatori e reazionari, può dare alla democrazia solidità e forza invincibile, può far avanzare la trasformazione della società. In pari tempo, solo percorrendoquesta strada si possono creare fin d’ora le condizioni per costruire una società e uno Stato socialista che garantiscano il pieno esercizio e lo sviluppo di tutte le libertà.


Abbiamo sempre saputo e sappiamo che l’avanzata delle classi lavoratrici e della democrazia sarà contrastata con tutti i mezzi possibili dai gruppi sociali dominanti e dai loro apparati di potere. E sappiamo, come mostra ancora una volta la tragica esperienza cilena, che questa reazione antidemocratica tende a farsi più violenta e feroce quandole forze popolari cominciano a conquistare le leve fondamentali del poterenello Stato e nella società. Ma quale conclusione dobbiamo trarre da questa consapevolezza? Forse quella, proposta da certi sciagurati, di abbandonare il terreno democratico e unitario per scegliere un’altra strategia fatta di fumisteria, ma della quale è comunque chiarissimo l’esito rapido e inevitabile di un isolamento dell’avanguardia e della sua sconfitta? Noi pensiamo, al contrario, che, se i gruppi sociali dominanti puntano a rompere il quadro democratico, a spaccare in due il paese e a scatenare la violenza reazionaria,questo deve spingerci ancora più a tenere saldamente nelle nostre mani la causa della difesa delle libertà e del progresso democratico, a evitare la divisione verticale del paese e a impegnarci con ancora maggiore decisione, intelligenza e pazienza a isolare i gruppi reazionari e a ricercare ogni possibile intesa e convergenza fra tutte le forze popolari.


È vero che neppure l’attuazione coerente di questa linea da parte dell’avanguardia rivoluzionaria esclude l’attacco reazionario aperto. Ma chi può contestare che essa lo rende più difficile e crea comunque le condizioni più favorevoli per respingerlo e stroncarlo sul nascere?

L’eventualità del ricorso alla violenza reazionaria «non deve dunque portare - come ha affermato il compagno Longo - ad avere una dualità di prospettive e di preparazione pratica». A chi si chiede, anche alla luce dell’esperienza cilena, come si raccolgono e si accumulano le forze in grado di sconfiggere gli attacchi reazionari, noi continuiamo a rispondere con le parole del compagno Longo: «Spingendo a fondo l’organizzazione, la mobilitazione e la combattività del popolo, consolidando ed estendendo ogni giorno le alleanze di combattimento della classe operaia con le masse popolari, realizzando in questo modo, nella lotta, la sua funzione di classe dirigente». L’essenziale è dunque «il grado raggiunto da questa mobilitazione e da questa combattività» nella classe operaia e nella maggioranza del popolo.


Proprio la fermezza e la coerenzanell’attuazione di questi princìpi e di questi metodi di lotta politica hanno consentito di abbattere la tirannide fascista, di ristabilire un regime democratico e di far fallire i tentativi compiuti dalle forze conservatrici e reazionarie - da Scelba fino ad Andreotti - di colpire le libere istituzioni o comunque di ricacciare indietro il movimento operaio e popolare. Così è avvenuto, a partire dal 1947-’48, nella lotta contro la politica di discriminazione, le persecuzioni e gli attentati liberticidi dei governi centristi. Così è avvenuto nel 1953 quando fu battuto il tentativo di distorcere in senso antidemocratico, con la legge-truffa, il meccanismo elettorale e la rappresentatività del Parlamento. Così è avvenuto nel 1960,quando fu stroncata sul nascere l’avventura autoritaria iniziata dal governo Tambroni. Così è avvenuto nel 1964, quando furono sventate le manovre antidemocratiche e i propositi di colpi reazionari che videro anche il tentativo di coinvolgere e di utilizzare contro la Repubblica una parte delle forze armate e dei corpi di pubblica sicurezza. Così è avvenuto dal 1969, nella lotta contro la catena di atti di provocazione e di sedizione reazionaria e fascista, ispirati e sostenuti anche da circoli imperialistici e fascisti di altri paesi, con i quali si cercò di alimentare un clima di esasperata tensione e di determinare una situazione di marasma politico ed economico per aprire la via a soluzioni autoritarie, anticostituzionali o comunque a una duratura svolta verso destra.

In tutti questi casi noi abbiamo sempre risposto facendo nostra la bandiera della difesa della libertà e del metodo della democrazia, chiamando a lotte che sono state anche assai aspre, le grandi masse lavoratrici e popolari, e promuovendo la più ampia intesa e convergenza tra tutte le forze interessate alla salvaguardia dei princìpi della Costituzione antifascista. Queste esperienze vissute dalla classe operaia, dal popolo italiano e dal nostro partito, confermano il carattere un po’ astratto di quelle tesi che tendono a ridurre schematicamente al dilemma tra via pacifica e via non pacifica la scelta della strategia di lotta per l’avanzata verso il socialismo. Le vicende sociali e politiche che si svolgono da tanti anni in Italia sono state pacifiche nel senso che non hanno portato alla guerra civile. Ma tali vicende non sono state certo tranquille e incruente: esse sono state segnate da lotte durissime, da crisi e scontri acuti, da rotture o rischi di rotture più o meno profonde. Scegliere una via democratica non vuol dire, dunque, cullarsi nell’illusione di un’evoluzione piana e senza scosse della società dal capitalismo al socialismo.

Sbagliato ci è sembrato sempre anche definire la via democratica semplicemente come una via parlamentare. Noi non siamo affetti da cretinismo parlamentare, mentre qualcuno è affetto da cretinismo antiparlamentare. Noi consideriamo il Parlamento un istituto essenziale della vita politica e non soltanto oggi ma anche nella fase del passaggio al socialismo e nel corso della sua costruzione. Ciò tanto più è vero in quanto la rinascita e il rinnovamento dell’istituto parlamentare è, in Italia, una conquista dovuta in primo luogo alla lotta della classe operaia e delle masse lavoratrici. Il Parlamento non può dunque essere concepito e adoperato come avveniva all’epoca di Lenin e come può accadere in altri paesi solo come tribuna per la denuncia dei mali del capitalismo e dei governi borghesi e per la propaganda del socialismo. Esso, in Italia, è anche e soprattutto una sede nella quale i rappresentanti del movimento operaio sviluppano e concretano una loro iniziativa, sul terreno politico e legislativo, cercando di influire sugli indirizzi della politica nazionale e di affermare la loro funzione dirigente. Ma il Parlamento può adempiere il suo compito se, come disseTogliatti, esso diviene sempre più «specchio del paese» e se l’iniziativa parlamentare dei partiti del movimento operaio è collegata alle lotte delle masse, alla crescita di un potere democratico nella società e all’affermarsi dei princìpi democratici e costituzionali in tutti i settori e gli organi della vita dello Stato.


A questo preciso orientamento si sono ispirate le molteplici battaglie che abbiamo condotto per la Repubblica e per la Costituzione; per realizzare con il voto alle donne la pienezza del suffragio universale; per difendere il principio della rappresentanza proporzionale contro il tentativo di liquidarlo; per assicurare giorno per giorno alle Camere le loro prerogative contro ogni tendenza dell’esecutivo e di altri centri del potere economico, politico e amministrativo di limitarle e svuotarle; e per affermare il principio e la prassi di una libera dialettica, senza preclusioni e discriminazioni, fra tutte le forze democratiche rappresentate nel Parlamento. A questo stesso orientamento hanno obbedito e obbediscono le nostre battaglie per l’istituzione delle Regioni e per il rispetto dell’autonomia e dei poteri degli enti locali.


Ma vi è anche un altro aspetto assai importante della nostra strategia democratica. La decisione del movimento operaio di mantenere la propria lotta sul terreno della legalità democratica non significa cadere in una sorta di illusione legalitaristica rinunciando all’impegno essenziale di promuovere, sia da posizioni di governo che stando all’opposizione, una costante iniziativa per rinnovare profondamente in senso democratico le leggi, gli ordinamenti, le strutture e gli apparati dello Stato. La stessa nostra esperienza, prima ancora di quella di altri paesi, ci richiamaa tenere sempre presente la necessità di unire alla battaglia per le trasformazioni economiche e sociali quella per il rinnovamento di tutti gli organi e i poteri dello Stato.

L’impegno in questa direzione deve tradursi in una duplice attività: quella diretta a far sì che in tutti i corpi dello Stato e in coloro che vi lavorano penetrino e si affermino sempre più estesamente orientamenti ispirati a una cosciente fedeltà e lealtà alla Costituzione e sentimenti di intimo legame con il popolo lavoratore; e quella diretta a promuovere misure e provvedimenti concreti di democratizzazione nell’organizzazione e nella vita della magistratura, dei corpi armati e di tutti gli apparati dello Stato. Quest’azione può contribuire in misura assai rilevante a far sì che il processo di trasformazione democratica della società non prenda indirizzi unilaterali e non determini uno squilibrio tra settori che vengono investiti da questi processi e altri che ne vengono lasciati fuori o che vengono respinti in posizioni di ostilità: rischio, questo, gravissimo e che può divenire fatale.

In definitiva, le prospettive di successo di una via democratica al socialismo sono affidate alla capacità del movimento operaio di compiere le proprie scelte e di misurare le proprie iniziative in relazione, oltre che al quadro internazionale, ai concreti rapporti di forza esistenti in ogni situazione e in ogni momento, e alla sua capacità di badare, costantemente, alle reazioni e contro-reazioni che l’iniziativa trasformatrice determina in tutta la società: nell’economia, nelle strutture e negli apparati dello Stato, nella dislocazione e negli orientamenti delle varie forze sociali e politiche e nei loro reciproci rapporti. Si ripropongono così i problemi dei criteri di valutazione dei rapporti di forza, della politica delle alleanze, del rapporto tra trasformazioni sociali e sviluppo economico e i problemi degli schieramenti politici.



12.10.1973
RIFLESSIONI SULL’ITALIA DOPO I FATTI DEL CILE.
ALLEANZE SOCIALI E SCHIERAMENTI POLITICI
di Enrico Berlinguer



Abbiamo constatato che la via democratica non è né rettilinea né indolore. Più in generale il cammino del movimento operaio quali che siano le forme di lotta, non è stato mai né può essere una ascesa ininterrotta. Ci sono sempre alti e bassi, fasi di avanzata cui seguono fasi in cui il compito è di consolidare le conquiste raggiunte, e anche fasi in cui bisogna saper compiere una ritirata per evitare la disfatta, per raccogliere le forze e per preparare le condizioni di una ripresa del cammino in avanti. Questo vale sia quando il movimento operaio combatte stando all’opposizione sia quando esso conquista il potere o va al governo.


Ha scritto Lenin: «Bisogna comprendere - e la classe rivoluzionaria impara a comprendere dalla propria amara esperienza - che non si può vincere senza aver appreso la scienza dell’offensiva e la scienza della ritirata». Lenin stesso, che è stato certamente il capo rivoluzionario più audace nella scienza dell’offensiva, è stato anche il più audace nel saper cogliere tempestivamente i momenti del consolidamento e della ritirata, e nell’utilizzare questi momenti per prendere tempo, per riorganizzare le forze e per riprendere l’avanzata. Due esempi rivelatori di queste geniali capacità di lenin furono il compromesso con l’imperialismo tedesco sancito con la pace di Brest Litovsk, e il compromesso con forze capitalisti che interne che caratterizzò quell’indirizzo che va sotto il nome di Nep (Nuova Politica Economica). Né va dimenticato che Lenin non esitò a compiere tali scelte andando contro corrente. Queste due grandi operazioni rivoluzionarie, che contribuirono in modo decisivo a salvare il potere sovietico e a garantirgli l’avvenire, vennero attuate in condizioni storiche irripetibili, ma il loro insegnamento di lungimiranza e sapienza tattica rimane integro.


L’obiettivo di una forza rivoluzionaria, che è quello di trasformare concretamente i dati di una determinata realtà storica e sociale, non è raggiungibile fondandosi sul puro volontarismo e sulle spinte spontanee di classe dei settori più combattivi delle masse lavoratrici, ma muovendo sempre dalla visione del possibile, unendo la combattività e la risolutezza alla prudenza e alla capacità di manovra. Il punto di partenza della strategia e della tattica del movimento rivoluzionario è la esatta individuazione dello stato dei rapporti di forza esistenti in ogni momento e, più in generale, la comprensione del quadro complessivo della situazione internazionale e interna in tutti i suoi aspetti, non isolando mai unilateralmente questo o quello elemento.


La via democratica al socialismo è una trasformazione progressiva - che in Italia si può realizzare nell’ambito della Costituzione antifascista - dell’intera struttura economica e sociale, dei valori e delle idee guida della nazione, del sistema di potere e del blocco di forze sociali in cui esso si esprime. Quello che è certo è che la generale trasformazione per via democratica che noi vogliamo compiere in Italia, ha bisogno, in tutte le sue fasi, e della forza e del consenso.


La forza si deve esprimere nella incessante vigilanza, nella combattività delle masse lavoratrici, nella determinazione a rintuzzare tempestivamente - ci si trovi al governo o all’opposizione - le manovre, i tentativi e gli attacchi alle libertà, ai diritti democratici e alla legalità costituzionale. Consapevoli di questa necessità imprescindibile, noi abbiamo messo sempre in guardia le masse lavoratrici e popolari, e continueremo a farlo, contro ogni forma di illusione o di ingenuità, contro ogni sottovalutazione di propositi aggressivi delle forze di destra. In pari tempo, noi mettiamo in guardia da ogni illusione gli avversari della democrazia. Come ha ribadito il compagno Longo al XIII Congresso, chiunque coltivasse propositi di avventura sappia che il nostro partito saprebbe combattere e vincere su qualunque terreno, chiamando all'unità e alla lotta tutte le forze popolari e democratiche, come abbiamo saputo fare nei momenti più ardui e difficili. Del “consenso” la profonda trasformazione della società per via democratica ha bisogno in un significato assai preciso: in Italia essa può realizzarsi solo come rivoluzione della grande maggioranza della popolazione; e solo a questa condizione, “consenso e forza” si integrano e possono divenire una realtà invincibile.


Tale rapporto tra forza e consenso è del resto necessario quali che siano le forme di lotta adottate, anche se si tratta di quelle più avanzate fino a quelle cruente. Il nostro movimento di liberazione nazionale, che fu un movimento armato, ha potuto resistere e vincere perché era fondato sull’unità di tutte le forze popolari e democratiche e perché ha saputo conquistarsi il sostegno e il consenso della grande maggioranza della popolazione. Del resto, anche sulla sponda opposta, si è visto che i movimenti antidemocratici e lo stesso fascismo non possono affermarsi e vincere unicamente con il ricorso alla violenza reazionaria, ma hanno bisogno di una base di massa più o meno estesa, soprattutto in paesi con una struttura economica e sociale complessa ed articolata. Ed è perfino ovvio ricordare che, più in generale, il dominio della borghesia non si regge solo sugli strumenti (da quelli più brutali a quelli più raffinati) della coercizione e della repressione, ma si regge anche su una base di consenso più o meno manipolato, su un certo sistema di alleanze sociali e politiche. 
È il problema delle alleanze, dunque, il problema decisivo di ogni rivoluzione e di ogni politica rivoluzionaria, ed esso è quindi quello decisivo anche per l’affermazione della via democratica.

In paesi come l’Italia si deve muovere dalla constatazione che si sono create ed esistono una stratificazione sociale e una articolazione politica assai complesse. Lo sviluppo capitalistico italiano ha dato luogo alla formazione di un proletariato consistente. Questa classe che una lunga esperienza di lotte -siamo quasi a un secolo di battaglie proletarie - che l’opera educatrice del movimento socialista che l’influenza decisiva che su di essa esercita da cinquant’anni il partito comunista, hanno reso particolarmente combattiva e matura; questa classe, che è la forza motrice di ogni processo di trasformazione della società, tuttavia rimane pur sempre una minoranza della popolazione del nostro paese e della stessa popolazione lavoratrice. Così è anche, in misura maggiore o minore, in quasi tutti gli altri paesi capitalistici. Tra il proletariato e la grande borghesia - le due classi antagoniste fondamentali nel regime capitalistico - si è infatti creata, nelle città e nelle campagne, una rete di categorie e di strati intermedi, che spessosi sogliono considerare nel loro complesso e chiamare genericamente «cetomedio», ma di ognuno dei quali in realtà occorre individuare e definire concretamentela precisa collocazione e funzione nella vita sociale, economica e politica egli orientamenti ideali.


Accanto e spesso intrecciati a questi ceti e categorie intermedie e al proletariato esistono poi nella nostra società strati di popolazione e forze sociali (si tratta, per esempio, di larga parte delle popolazioni del Mezzogiorno e delle isole, delle masse femminili e giovanili, delle forze della scienza, della tecnica, della cultura e dell’arte) che non sono assimilabili, come tali, nella dimensione di «categorie», e che tuttavia hanno una condizione nella società che le accomuna e in una certamisura le unisce, al di là della propria posizione professionale e persino della propria appartenenza a un determinato ceto sociale.


Appare chiarissimo che per l’esito della battaglia democratica che conduciamo per la trasformazione e il rinnovamento della nostra società è determinante dove si situano, in che senso sono orientate e come si muovono queste masse, questi ceti intermedi, questi strati di popolazione. È del tutto evidente, cioè, come sia decisivo per le sorti dello sviluppo democratico e dell’avanzata al socialismo che il peso di tali forze sociali venga a spostarsi o a fianco della classe operaia oppure contro di essa.

Da questa struttura economica e stratificazione sociale dell’Italia noi non abbiamo ricavato soltanto conseguenze che riguardano la nostra politica nella fase attuale, ma abbiamo fissato dei punti fermi che riguardano il posto che hanno nella rivoluzione italiana questioni come quella meridionale, femminile, giovanile, della scuola e della cultura, e la funzione dei ceti intermedi.


A proposito di questi ultimi, nel documento, più impegnativo del nostro partito, che è la Dichiarazione programmatica approvata dall’VIII Congresso (1956) si afferma: «Si stabilisce, oggettivamente, una concordanza di fini fra la classe operaia, che lotta contro i monopoli e per abbattere il capitalismo, non più solo con le masse proletarie e semiproletarie, ma con la massa dei coltivatori diretti nelle campagne e con una parte importante dei ceti medi produttivi nelle città, ciò che consente nuove possibilità per l’allargamento del sistema di alleanze della classe operaia e delle basi di massa per un rinnovamento democratico e socialista.

«La massa del ceto medio è costituita da stratificazioni e gruppi sociali diversi, in relazione alle diverse caratteristiche economiche e sociali e al diverso grado di sviluppo delle diverse zone. Pur essendo quindi necessario un approfondimento differenziato da zona a zona, la possibilità di una alleanza permanente della classe operaia con strati del ceto medio della città e della campagna è determinata da una convergenza di interessi economici e sociali che trae origine dallo sviluppo storico e dalla attuale struttura del capitalismo...

«D’altra parte deve essere chiaro che per gruppi decisivi di ceto medio il passaggio a nuovi rapporti di tipo socialista o socialisti non avverrà che sulla base del loro vantaggio economico e del libero consenso, e che in una società democratica che si sviluppi verso il socialismo sarà garantita la loro attività economica».


La strategia delle riforme può dunque affermarsi e avanzare solo se essa è sorretta da una strategia delle alleanze. Anzi, noi abbiamo sottolineato che, nel rapporto tra riforme e alleanze, queste sono la condizione decisiva perché, se si restringono le alleanze della classe operaia e si estende la base sociale dei gruppi dominanti, prima o poi la realizzazione stessa delle riforme viene meno e tutta la situazione politica va indietro, fino anche a rovesciarsi. Naturalmente, la politica delle alleanze ha il suo punto di partenza nella ricerca di una convergenza tra gli interessi economici immediati e di prospettiva della classe operaia e quelli di altri gruppi e forze sociali. Ma tale ricerca non va concepita e attuata in modo schematico o statico. Occorre, cioè, indicare rivendicazioni e perseguire obiettivi che offrano concretamente a questi strati di popolazione e a queste forze e gruppi sociali una certezza di prospettive che garantiscano in forme nuove e possibilmente migliorino il loro livello di esistenza e il loro ruolo nella società, ma in un diverso sviluppo economico e in un più giusto e più moderno assetto sociale.

A questo scopo diviene necessario lavorare anche per determinare una evoluzione nella stessa mentalità di questi ceti e forze sociali, nel senso di allargare in tutta la popolazione una visione sempre meno individualistica o corporativa e sempre più sociale della difesa degli interessi dei singoli e di quelli della collettività.


Noi non ci limitiamo, dunque, a ricercare e a stabilire convergenze con figure sociali e categorie economiche già definite, ma tendiamo a conquistare e a comprendere in un articolato schieramento di alleanze interi gruppi di popolazione, forze sociali non classificabili come ceti, quali sono, appunto, le donne, i giovani e le ragazze, le masse popolari del Mezzogiorno, le forze della cultura, movimenti di opinione, e proponiamo obiettivi non soltanto economici e sociali, ma di sviluppo civile, di progresso democratico, di affermazione della dignità della persona, d’espansione delle molteplici libertà dell’uomo. Ecco il modo con cui noi intendiamo e compiamo il lavoro concreto per costruire e preparare le basi, le condizioni e le garanzie di quello che si vuole chiamare un «modello» nuovo di socialismo.


Un grosso problema che ci impegna in sede politica e che deve impegnare di più, in sede teorica, i marxisti e gli studiosi avanzati dell’Italia e dei paesi dell’Occidente, è come far sì che un programma di profonde trasformazioni sociali - che determina necessariamente reazioni di ogni tipo da parte dei gruppi retrivi - non venga effettuato in modo da sospingere in posizione di ostilità vasti strati dei ceti intermedi, ma riceva invece, in tutte le sue fasi, il consenso della grande maggioranza della popolazione. Ciò, evidentemente, comporta una attenta scelta delle priorità e dei tempi delle trasformazioni sociali e comporta, di conseguenza, l’adoperarsi non solo per evitare un collasso dell’economia ma per garantire anzi, anche nelle fasi critiche di passaggio a nuovi assetti sociali, l’efficienza del processo economico.

Questo è certamente uno dei problemi vitali che ha dinnanzi a sé un governo di forze lavoratrici e popolari; ma è un problema altrettanto fondamentale in un paese come l’Italia, ove una forza grande come la nostra uscita da tempo dal terreno della pura propaganda, cerca, fin da ora, dall’opposizione, con l’arma della pressione di massa e dell’iniziativa politica unitaria, di imporre l’avvio di un programma di trasformazioni sociali. Se è vero che una politica di rinnovamento democratico può realizzarsi solo se è sostenuta dalla grande maggioranza della popolazione, ne consegue la necessità non soltanto di una politica di larghe alleanze sociali ma anche di un determinato sistema di rapporti politici, tale che favorisca una convergenza e una collaborazione tra tutte le forze democratiche e popolari, fino alla realizzazione fra di esse di una alleanza politica. D’altronde, la contrapposizione e l’urto frontale tra i partiti che hanno una base nel popolo e dai quali masse importanti della popolazione si sentono rappresentate, conducono a una spaccatura a una vera e propria scissione in due del paese, che sarebbe essenziale per la democrazia e travolgerebbe le basi stesse della sopravvivenza dello Stato democratico.

Di ciò consapevoli noi abbiamo sempre pensato - e oggi l’esperienza cilena ci rafforza in questa persuasione -che l’unità dei partiti di lavoratori e delle forze di sinistra non è condizione sufficiente per garantire la difesa e il progresso della democraziaove a questa unità si contrapponga un blocco di partiti che si situano dal centro fino alla estrema destra. Il problema politico centrale in Italia è stato, e rimane più che mai, proprio quello di evitare che si giunga a una saldatura stabile e organica tra il centro e la destra, a un largo fronte di tipo clerico-fascista e di riuscire invece a spostare le forze sociali e politiche che si situano al centro su posizioni coerentemente democratiche.


Ovviamente, l’unità, la forza politica ed elettorale delle sinistre e la sempre più solida intesa tra le loro diverse e autonome espressioni, sono la condizione indispensabile per mantenere nel paese una crescente pressione per il cambiamento e per determinarlo. Ma sarebbe del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51 per cento dei voti e della rappresentanza parlamentare (cosa che segnerebbe, di per sé, un grande passo avanti nei rapporti di forza tra i partiti in Italia) questo fatto garantirebbe la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51 percento.


Ecco perché noi parliamo non di una «alternativa di sinistra» ma di una «alternativa democratica» e cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di una intesa delle forze popolaridi ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico. La nostra ostinazione nel proporre questa prospettiva è oggetto di polemiche e di critiche di varia provenienza.Ma la verità è che nessuno dei nostri critici e obiettori ha saputo e sa indicare un’altra prospettiva valida, capace di far uscire l’Italia dalla crisi in cui è stata gettata dalla politica di divisione delle forze democratiche e popolari, di avviare a soluzione gli immani e laceranti problemi economici, sociali e civili che sono aperti e di garantire l’avvenire democratico della nostra Repubblica.

E del resto, a veder bene, le polemiche e i tentativi di rendere impossibile la prospettiva che noi proponiamo non hanno impedito che essa, invece, si sia affermata e si affermi nella coscienza di sempre più larghe masse popolari e nei loro movimenti reali, come anche, in una certa misura e in vari modi, nella stessa vita politica e nei partiti. Sta qui la comprova che il problema da noi posto diventa ogni giorno più maturo e urgente. E se nessuno è in grado di prospettare una diversa alternativa democratica altrettanto valida e credibile rispetto a quella da noi proposta, ciò è perché tale diversa alternativa, in Italia, non c’è.


La nostra politica di dialogo e di confronto con il mondo cattolico si sviluppa necessariamente su diversi piani e con diversi interlocutori. Vi è innanzitutto il problema, sul quale la nostra posizione di principio e la nostra linea politica sono note, posto dalla presenza in Italia della Chiesa cattolica, e dai suoi rapporti con lo Stato e con la società civile. Vi è poi il problema della ricerca di una più ampia comprensione reciproca e di una intesa operante con quei movimenti e tendenze di cattolici che, in numero crescente, si collocano nell’ambito del movimento dei lavoratori e si orientano in senso nettamente anticapitalistico eanti imperialistico.

Ma non si può certo pensare di sfuggire all’altro grande problema costituito dalla esistenza e dalla forza di un partito politico come la Democrazia cristiana, che a parte la qualificazione di «cristiana» che esso dà di se stesso, raccoglie nelle sue file o sotto la sua influenza una larga parte delle masse lavoratrici e popolari di orientamento cattolico.

Rinascita” ha pubblicato alcuni mesi or sono una serie di articoli e di saggi nei quali sono stati esaminati e vagliati i vari aspetti della questione della Dc. Rimandiamo a essi il lettore, limitandoci noi, in questa sede, a riproporre il tema nei suoi termini di fondo. L’errore principale da cui bisogna guardarsi è quello di giudicare la Democrazia cristiana italiana, e anzi tuttii partiti che portano questo nome, quasi come una categoria astorica, quasi metafisica, per sua natura destinata, in definitiva, a essere o a divenire sempre o ovunque un partito schierato con la reazione. Ed è davvero risibile che a ciò si riduca, nella sostanza, tutta l’analisi sulla Dc che ci viene data da gente che, con tanta spocchia, cerca di salire in cattedra per impartire a tutti lezione di marxismo.

Naturalmente il nostro giudizio sulla Dc è ugualmente lontano da quello che di essa danno quei suoi dirigenti i quali, rovesciando il contenuto ma mantenendo il medesimo metodo astorico che ora abbiamo criticato, presentano la Dc come un partito che, «per sua natura»,sarebbe il garante delle libertà e l’alfiere del progresso democratico. In realtà, entrambi i giudizi che abbiamo ricordato sono privi di effettiva serietà e hanno entrambi un carattere puramente strumentale. Il solo criterio marxista, o che voglia essere anche solo fondato sulla serietà politica, consiste nel considerare la Dc sia nel contesto storico politico in cui è collocata e opera che nella composita realtà sociale e politica che in essa si esprime. Solo in questo modo è possibile mettersi in grado di intervenire e di influire realmente sugli orientamenti e sulla condotta pratica di tale partito.


Noi abbiamo sempre avuto ben presente il legame tra la Democrazia cristiana e i gruppi dominanti della borghesia e il loro peso rilevante, e in certi momenti determinante, sulla politica della Dc. Ma nella Dc e attorno ad essa si raccolgono anche altre forze e interessi economici e sociali, da quelli di varie categorie del ceto medio sino a quelli, assai consistenti soprattutto in alcune regioni e zone del paese, di strati popolari, di contadini, di giovani, di donne ed anche di operai. Anche il peso e le sollecitazioni provenienti dagli interessi e dalle aspirazioni di queste forze sociali si sono fatti sentire in misura più o meno avvertibile nel corso della vita e della politica della Dc e possono essere portati a contare sempre di più.


Oltre a questa varia e contraddittoria composizione sociale della Dc vanno prese in considerazione le sue origini, la sua storia, le sue tradizioni e le differenti tendenze politiche e ideali che si sono agitate e si agitano nel suo interno, da quelle reazionarie a quelle conservatrici e moderate fino a quelle democratiche e anche progressiste. Tutto ciò contribuisce a spiegare come le vicende storiche di questo partito siano state assai tortuose e spesso contrassegnate da atteggiamenti tra loro antitetici. Nato come partito popolare, democratico e laico esso si oppose all’inizio al movimento fascista, passando poi all’appoggio e alla partecipazione al primo governo Mussolini, staccandosene successivamente per giungere, attraverso un faticoso travaglio, alla partecipazione alla lotta clandestina e all’impegno pieno e diretto nella Resistenza, al fianco e in unità con le forze proletarie e popolari.


Dopo la liberazione, dopo l’avvento della Repubblica e dopo l’elaborazione della Costituzione, frutto di un accordo tra i tre grandi partiti di massa (comunista, socialista e democristiano) fu proprio il partito democristiano - nel clima di divisione in Europa e nel mondo creato dall’incipiente guerra fredda - il principale artefice della rottura dell’alleanza di governo con i comunisti e con i socialisti, dell’unità sindacale e più in generale dell’intesa fra le forze antifasciste. E fu proprio la Dc a condurre da quel momento una politica di contrapposizione e di scontro frontale con il movimento operaio e popolare di ispirazione comunista e socialista.


La sconfitta di questa politica, dovuta alle capacità di combattimento della classe operaia, dei braccianti, dei contadini, dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali e politiche, e dovuta anche alla tenacia con cui il nostro partito non ha mai deflettuto dalla sua linea unitaria, ha riaperto una prospettiva di avanzata al movimento democratico e al paese e ha creato una situazione nuova anche nella Dc. Essa, infatti, pur mantenendo l’ispirazione conservatrice e moderata della sua linea, è stata messa nella impossibilità di riportare il paese alla condizione della spaccatura verticale e della contrapposizione frontale. Quando un suo uomo, Tambroni, si avventurò nel tentativo estremo di ripristinare tale condizione, fu travolto rapidamente da un grande moto popolare e unitario e liquidato dal suo stesso partito. Ma c’è di più: quando la Dc, sconfitta in questa sua linea, dette inizio a una manovra di nuovo tipo, con l’esperimento di centro-sinistra per giungere all’isolamento del Pci, essa fallì anche su questo terreno.


Dalla crisi di prospettive determinata dal fallimento di questi diversi tentativi per affermare una linea di divisione nel popolo e nel paese la Dc non è ancora uscita. Essa avverte che è assai difficile e che può essere gravido di avventure fatali per tutti e per se stessa giocare la carta della contrapposizione e dello scontro, ma non è giunta ancora a intraprendere con coerenza una strada opposta. E sta proprio in ciò una delle cause determinanti della crisi che attanaglia il paese.

Che fare? In quale direzione dobbiamo cercare noi di spingere le cose? Dalla sommaria ricapitolazione che abbiamo fatto della composizione sociale e della condotta politica della Dc risulta che questo partito è una realtà non solo varia, ma assai mutevole; e risulta che i mutamenti sono determinati sia dalla sua dialettica interna sia, e ancor più, dal modo in cui si sviluppano gli avvenimenti internazionali e interni, dalle lotte e dai rapporti di forza tra le classi e fra i partiti, dal peso che esercitano sulla situazione il movimento operaio e il Pci, dalla loro forza, dalla loro linea politica e dalla loro iniziativa. Si pensi alla vicenda più recente, quella del governo Andreotti: l’ostilità attiva delle masse popolari, la combattività e l’iniziativa unitaria dell’opposizione comunista, la battaglia del partito socialista e quella di gruppi, correnti e personalità della stessa Dc hanno portato allo sfaldarsi della coalizione di centro-destra e hanno creato una situazione in cui la stessa maggioranza di forze interna alla Dc che aveva portato Andreotti al governo, o che comunque lo sosteneva, è venuta meno. La Dc ha dovuto abbandonare la linea e la prospettiva del centro-destra.

Tali essendo la realtà della Dc e il punto in cui essa si trova oggi, è chiaro che il compito di un partito come il nostro non può essere che quello di isolare e sconfiggere drasticamente le tendenze che puntano o che possono essere tentate di puntare sulla contrapposizione e sulla spaccatura verticale del paese, o che comunque si ostinano in una posizione di pregiudiziale preclusione ideologica anti-comunista, la quale rappresenta di per sé, in Italia, un incombente pericolo di scissione della nazione. Si tratta, al contrario, di agire perché persino sempre di più, fino a prevalere, le tendenze che, con realismo storicoe politico, riconoscono la necessità e la maturità di un dialogo costruttivo e di un’intesa tra tutte le forze popolari senza che ciò significhi confusioni o rinuncia alle distinzioni e alle diversità ideali e politiche che contraddistinguono ciascuna di tali forze.


Certo, noi per primi comprendiamo che il cammino verso questa prospettiva non è facile né può essere frettoloso. Sappiamo anche bene quali e quante battaglie serrate e incalzanti sarà necessario condurre sui più vari piani, e non solo da parte del nostro partito, con determinazione e con pazienza, per affermare questa prospettiva. Ma non bisogna neppure credere che il tempo a disposizione sia indefinito. La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande «compromesso storico» tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano.

Dialogo degli ateniesi e dei melii sulla giustizia in guerra

 

Dialogo degli ateniesi e dei melii sulla giustizia in guerra

Tucidide

Melii

Sappiamo che è in gioco la nostra salvezza

Ateniesi

Non vi vogliamo persuadere con buone ragioni, non c’è diritto tra il forte e il debole

Melii

Usiamo il linguaggio dell’utile: non ci conviene distruggere il diritto comune e l’accordo reciproco

Ateniesi

Non temiamo i vincitori, ma la ribellione dei sottomessi

A noi conviene dominarvi senza fatica, a voi salvarvi

Melii

Non potremmo restare amici, senza sottomissione?

Ateniesi

No, sarebbe per noi segno di debolezza davanti ai nostri sudditi

Melii

I vostri sudditi si paragonano a noi che siamo autonomi?

Ateniesi

Sì, perché hanno le loro ragioni a ribellarsi e lo faranno se ci pensano deboli

Melii

Non temete, punendoci, di rendervi nemici i neutrali?

Ateniesi

Temiamo gli isolani che non controlliamo e i ribelli al nostro impero

Melii

Saremmo vili se non difendessimo la nostra libertà

Ateniesi

Sareste saggi, perché questa non è una gara d’onore e noi siamo molto più forti

Melii

Lotteremo con tutte le nostre forze, contando sul favore della divinità perché siamo pii e giusti

Ateniesi

Abbiamo rispetto per la divinità e seguiamo le tendenze della natura umana

Per legge di natura chi è più forte comanda

 

martedì 30 aprile 2024

La Biblioteca di Babele - Jorge Luis Borges

JORGE LUIS BORGES

La Biblioteca di Babele

L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse

infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, orlati di

basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori,

interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile.

Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno;

la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d'una

biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un'altra

galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due

gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l'altro di soddisfare le

necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s'inabissa e s'innalza nel remoto.

Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini

sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente

fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?); io preferisco sognare che queste

superfici ar-gentate figurino e promettano l'infinito... La luce procede da frutti sferici

che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esa-gono, su una traversa. La luce

che emettono è insufficiente, incessante.

Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventú io ho viag-giato; ho peregrinato in

cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non

possono decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall'esagono in

cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della

ringhiera; mia sepoltura sarà l'aria insondabile: il mio corpo affonderà lungamente e

si corromperà e dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinita. Io affermo

che la Biblioteca è interminabile. Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono

una forma necessaria dello spazio assoluto o, per lo meno, della nostra intuizione

dello spazio. Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. (I

mistici pretendono di avere, nell'estasi, la rivelazione d'una camera circolare con un

gran libro circolare dalla costola continua, che fa il giro completo delle pareti; ma la

loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio). Mi

basti, per ora, ripetere la sentenza classica: «La Biblioteca è una sfera il cui centro

esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile».

A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale

contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci

pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di quaranta lettere di colore

nero. Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro; non, però, che

indichino o prefigurino ciò che diranno le pagine. So che questa incoerenza, un

tempo, parve misteriosa. Prima d'accennare alla soluzione (la cui scoperta, a

prescindere dalle sue tragiche proiezioni, è forse il fatto capitale della storia) voglio

rammentare alcuni assiomi.

Primo: La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è

l'eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L'uomo, questo

imperfetto bibliotecario, può essere opera del caso o di demiurghi malevoli;

l'universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili

scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che

l'opera di un dio. Per avvertire la distanza che c'è tra il divino e l'umano, basta

paragonare questi rozzi, tremuli simboli che la mia fallibile mano sgorbia sulla

copertina d'un libro, con le lettere organiche dell'interno: puntuali, delicate, nerissime,

inimitabilmente simmetriche.

Secondo: Il numero dei simboli ortografici è di venticinque (1). Questa constatazione

permise, or sono tre secoli, di formulare una teoria generale della Biblioteca e di

risolvere soddisfacentemente il problema che nessuna congettura aveva permesso di

decifrare: la natura informe e caotica di quasi tutti i libri. Uno di questi, che mio

padre vide nell'esagono del circuito quindici novantaquattro, constava delle lettere

MCV, perversamente ripetute dalla prima all'ultima riga. Un altro (molto consultato

in questa zona) è un mero labirinto di lettere, ma l'ultima pagina dice Oh tempo le tue

piramidi. È ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono

leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze. (So d'una regione

barbarica i cui bibliotecari ripudiano la superstiziosa e vana abitudine di cercare un

senso nei libri, e la paragonano a quella di cercare un senso nei sogni o nelle linee

caotiche della mano... Ammettono che gli inventori della scrittura imitarono i

venticinque simboli naturali, ma sostengono che questa applicazione è casuale, e che

i libri non significano nulla di per sé. Questa affermazione, lo vedremo, non è del

tutto erronea).

Per molto tempo si credette che questi libri impenetrabili corrispondessero a lingue

preferite o remote. Ora, è vero che gli uomini piú antichi, i primi bibliotecari,

parlavano una lingua molto diversa da quella che noi parliamo oggi; è vero che poche

miglia a destra la lingua è già dialettale, e novanta piani piú sopra è incomprensibile.

Tutto questo, lo ripeto, è vero, ma quattrocentodieci pagine di inalterabili MCV non

possono corrispondere ad alcun idioma, per dialettale o rudimentale che sia. Alcuni

insinuarono che ogni lettera poteva influire sulla seguente, e che il valore di MCV

nella terza riga della pagina 71 non era lo stesso di quello che la medesima serie

poteva avere in altra riga di altra pagina; ma questa vaga tesi non prosperò. Altri

pensarono a una crittografia; quest'ipotesi è stata universalmente accettata, ma non

nel senso in cui la formularono i suoi inventori.

Cinquecento anni fa, il capo d'un esagono superiore (2) trovò un libro tanto confuso

come gli altri, ma in cui v'erano quasi due pagine di scrittura omogenea,

verosimilmente leggibile. Mostrò la sua scoperta a un decifratore ambulante, e questi

gli disse che erano scritte in portoghese; altri gli assicurò che erano scritte in yiddish.

Poté infine stabilirsi, dopo ricerche che durarono quasi un secolo, che si trattava d'un

dialetto samoiedo-lituano del guaraní, con inflessioni di arabo classico. Si decifrò

anche il contenuto: nozioni di analisi combinatoria, illustrate con esempi di

permutazioni a ripetizione illimitata. Questi esempi permisero a un bibliotecario di

genio di scoprire la legge fondamentale della Biblioteca.

Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di

elementi uguali: lo spazio, il punto, la virgola, le ventidue lettere dell'alfabeto. Stabili,

inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato: non vi sono, nella vasta

Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la

Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei

venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto

ciò ch'è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell'avvenire,

le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia

di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione

del catalogo falso, l'evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il

commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la

traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione

fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e

segreto. Non v'era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non

esistesse: in un qualche esagono. L'universo era giustificato, l'universo attingeva

bruscamente le dimensioni illimitate della speranza. A quel tempo si parlò molto delle

Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giustificavano per sempre gli atti di

ciascun uomo dell'universo e serbavano arcani prodigiosi per il suo futuro. Migliaia

di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale,

spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione.

Questi pellegrini s'accapigliavano negli stretti corridoi, profferivano oscure minacce,

si strangolavano per le scale divine, scagliavano i libri ingannevoli nei pozzi senza

fondo, vi morivano essi stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti

impazzirono. Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a

persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che

la possibilità che un uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è

sostanzialmente zero.

Anche si sperò, a quel tempo, nella spiegazione dei misteri fondamentali

dell'umanità: l'origine della Biblioteca e del tempo. È verosimile che di questi gravi

misteri possa darsi una spiegazione in parole: se il linguaggio dei filosofi non basta,

la multiforme Biblioteca avrà prodotto essa stessa l'inaudito idioma necessario, e i

vocabolari e la grammatica di questa lingua. Già da quattro secoli gli uomini

affaticano gli esagoni... Vi sono cercatori ufficiali, inquisitori. Li ho visti

nell'esercizio della loro funzione: arrivano sempre scoraggiati; parlano di scale senza

un gradino, dove per poco non s'ammazzarono; parlano di scale e di gallerie con il

bibliotecario; ogni tanto, prendono il libro piú vicino e lo sfogliano, in cerca di parole

infami. Nessuno, visibilmente, s'aspetta di trovare nulla.

Alla speranza smodata, com'è naturale, successe un'eccessiva depressione. La

certezza che un qualche scaffale d'un qualche esagono celava libri preziosi, che questi

libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggerí

che s'interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e

simboli, fino a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici. Le

autorità si videro obbligate a promulgare ordinanze severe. La setta sparí, ma nella

mia fanciullezza ho visto vecchi uomini che lungamente s'occultavano nelle latrine,

con dischetti di metallo in un bossolo proibito, e debolmente rimediavano al divino

disordine.

Altri, per contro, credettero che l'importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili.

Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavano

stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico,

ascetico, si deve l'insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma

chi si dispera per i « tesori » che la frenesia di coloro distrusse, trascura due fatti

evidenti. Primo: la Biblioteca è cosí enorme che ogni riduzione d'origine umana

risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché la

Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti,

cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola.

Contrariamente all'opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle

depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell'orrore che

quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l'idea delirante di conquistare i libri

dell'Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali, onnipotenti, illustrati e

magici.

Sappiamo anche di un'altra superstizione di quel tempo: quella dell'Uomo del Libro.

In un certo scaffale d'un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro

che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l'ha letto, ed

è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano alcune tracce del culto

di quel funzionario remoto. Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano

nelle piú lontane gallerie. Come localizzare il venerando esagono segreto che

l'ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A,

consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il

libro C; e cosí all'infinito... In avventure come queste ho prodigato e consumato i

miei anni.

Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell'universo esista un libro

totale (3); prego gli dèi ignoti che un uomo - uno solo, e sia pure da migliaia d'anni! -

l'abbia trovato e l'abbia letto. Se l'onore e la sapienza e la felicità non sono per me,

che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all'inferno. Ch'io sia

oltraggiato e annientato, ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca

si giustifichi.

Affermano gli empì che il nonsenso è normale nella Bíblioteca, e che il ragionevole

(come anche l'umile e semplice coerenza) vi è una quasi miracolosa eccezione.

Parlano (lo so) della «Bíblioteca febbrile, i cui casuali volumi corrono il rischio

incessante di mutarsi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una

divinità in delirio». Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo

illustrano, testimoniano generalmente del pessimo gusto e della disperata ignoranza

di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le

variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso

assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro

s'intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mlö. Queste

proposizioni, a prima vista incoerenti, sono indubbiamente suscettibili d'una

giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione è verbale, e però, ex

hypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di

caratteri

dhcmrlchtdj

che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete

non racchiuda un terribile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia

piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in uno di quei linguaggi, il nome poderoso

di un dio. Parlare è incorrere in tautologie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste

in uno dei trenta volumi dei cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni - e cosí

pure la sua confutazione. (Un numero n di lingue possibili usa lo stesso vocabolario;

in alcune, il simbolo biblioteca ammette la definizione corretta dl sistema duraturo e

ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per

qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu, che

mi leggi, sei sicuro d'intendere la mia lingua?)

Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la

certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i

giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non

sanno decifrare una sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni

che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo

di aver già accennato ai suicidi, ogni anno piú frequenti. M'inganneranno, forse, la

vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana - l'unica - stia per estinguersi,

e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile,

armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.

Aggiungo: infinita. Non introduco quest'aggettivo per un'abitudine retorica; dico che

non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che

in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente

cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che è limitato il

numero possibile dei libri. Io m'arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca

è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione

qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello

stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l'Ordine). Questa elegante speranza

rallegra la mia solitudine (4).

1941, Mar della Plata

(1) II manoscritto originale non contiene cifre né maiuscole. La punteggiatura è

limitata alla virgola e al punto. Questi due segni, lo spazio, e le ventidue lettere

d'alfabeto, sono i venticinque simboli sufficienti che enumera lo sconosciuto [N.d.E.].

(2) Prima, per ogni tre esagoni c'era un uomo. Il suicidio e le malattie polmonari

hanno distrutto questa proporzione. Fatto indicibilmente malinconico: a volte ho

viaggiato molte notti per corridoi e scale levigate senza trovare un solo bibliotecario.

(3) Ripeto: perché un libro esista, basta che sia possibile. Solo l'impossibile è escluso.

Per esempio: nessun libro è anche una scala, sebbene esistano sicuramente dei libri

che discutono, che negano, che dimostrano questa possibilità, e altri la cui struttura

corrisponde a quella d'una scala.

(4) Letizia Alvarez de Toledo ha osservato che la vasta Biblioteca è inutile; a rigore,

basterebbe un solo volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo

dieci, e composto d'un numero infinito di fogli infinitamente sottili. (Cavalieri, al

principio del secolo xvii, affermò che ogni corpo solido è la sovrapposizione d'un

numero infinito di piani). Il maneggio di questo serico vademecum non sarebbe

comodo: ogni foglio apparente si sdoppierebbe in altri simili; l'inconcepibile foglio

centrale non avrebbe rovescio.