mercoledì 21 dicembre 2016

Luz


LUZ

 
 
 
...ho letto una volta che gli antichi saggi credevano che nel corpo ci fosse un ossicino minuscolo, indistruttibile, posto all'estremità della spina dorsale. Si chiama luz in ebraico, e non si decompone dopo la morte né brucia nel fuoco. Da lì, da quell'ossicino, l'uomo verrà ricreato al momento della resurrezione dei morti. Così per un certo periodo ho fatto un piccolo gioco: cercavo di indovinare quale fosse il luz delle persone che conoscevo. Voglio dire, quale fosse l'ultima cosa che sarebbe rimasta di loro, impossibile da distruggere e dalla quale sarebbero stati ricreati. Ovviamente ho cercato anche il mio, ma nessuna parte soddisfaceva tutte le condizioni. Allora ho smesso di cercarlo. L'ho dichiarato disperso finché l'ho visto nel cortile della scuola. Subito quell'idea si è risvegliata in me e con lei è sorto il pensiero, folle e dolce, che forse il mio luz non si trova dentro di me, bensì in un'altra persona.
 
 
 
da Che tu sia per me il coltello, 1998,
David Grossman
 

Frammento


…..Frammento…..

Tratto da “Occhi sulla graticola” di Tiziano Scarpa, capitolo 13, diario di Carolina Groppo.

 

Più che affidarmi un incarico ben pagato, il direttore di “KissManga” ha battezzato l’altra metà della mia indole. Questa Maria Grazia Graticola è il nome dell’altro lato della mia indole. Prima di questo battesimo, la mia indole – potrei chiamarla anima, ma indole mi piace di più – io credevo che la mia indole fosse una bolgia celeste, un firmamento abissale, la portavo sottoterra in me come una pepita. Precetti sapienzali mi intimavano di togliere via tutto quello che non c’entra niente con me per arrivare alla vera conoscenza di chi sono. E invece un giorno il direttore di “KissManga” mi ha rivestito con questa Maria Grazia Graticola, è riuscito a dare un nome alla catasta di falsità che si nascondevano dentro di me, tutta roba che fino a un giorno prima facevo di tutto per espellere fuori di me. Quest’altro lato della mia indole a cui Tullio Parmesan ha dato un nome e cognome è una specie di somma di personaggi di film, telefilm, cartoni animati, romanzi, racconti, commedie, videogiochi, fumetti, pubblicità, canzonette, libri di scuola, storie familiari, incontri con parenti, conoscenti, amici, amiche, persone, fiabe, zodiaci, mitologie, leggende, religioni: è il risultato dell’enorme addizione che sono tutti gli altri sommati uno dopo l’altro dentro di me. Certe volte penso alla mia indole e la vedo: metà è fatta di me e basta, è formata da materia immateriale, indefinibile, indicibile, l’altra metà è la somma di tutti gli altri, fatti di facce e parole, carta e nastro magnetico, celloloide e VHS, pellicola, pagine, copertine cartonate, cartoni animati, quinte, assi di palcoscenico, alfabeti, gesti ripetuti, battute ridette, scene madri e sceneggiati padri: a differenza della prima metà,  tutta questa seconda parte della mia indole è ben descrivibile, etichettabile, archiviabile. Si potrebbe schedarla parola per parola, pensiero per pensiero, sogno per sogno, rintracciare tutte le sorgenti e le fonti che hanno partecipato alla sua fondazione. Un repertorio, ecco cosa sono per metà. La mia indole poggia su un piede destro immateriale e un piede sinistro fatto di fogli di carta, nastri di celloloide, schermi di vetro bombato. Questi pezzi dell’altra metà di me sono cuciti fra loro alla buona, incollati col vinavil, tenuti su con il nastro adesivo: eppure quando cammino non so quale dei due piedi sia il più solido. La sanctasanctorum segreta della mia indole è  abisso di infernocielo, di questo sono sempre stata convinta, ma da quando il direttore di “KissManga” l’ha battezzata con il nome di Maria Grazia Graticola è diventata anche un doppiofondo d’avanspettacolo. Il cuore della mia indole ha un ventricolo destro di carnesangue e un ventricolo sinistro di cartapesta. Lo sguardo della mia indole ha un occhio destro di diamante torbido, di salgemma purissimo; ma c’è anche l’occhio sinistro incrostato dai punti di vista degli imbrattatele di tre millenni di storia dell’arte, grandangolato e zoomato dagli obiettivi faziosi dei registi di un secolo tondo di storia del cinema, e tutti questi punti di vista stanno uno dietro l’altro come lenti colorate, polarizzate dentro un cannocchiale, tutte in fila dentro la mia occhiaia sinistra. La mia indole digerisce con un intestino tenue di tabù atavici e un intestino crasso di tubi catodici. La mia indole gesticola con palmi di filastrocche mitologiche e polpastrelli di bassista pop. Dentro la mia indole incontaminata il mondo ha trapiantato una catasta di organi fantastici, storie inventate, morali di favole messe su in quattro e quattr’otto millenni, regole infondate, legislazioni inattendibili. La mia indole – la mia anima. La mia anima è un cyborg, un organismo pieno di storie immaginate da qualcun altro e trapiantate nella mia identità come delle protesi, degli organi sintetici: dalla barzelletta al poema, dalla telenovela allo spot. La mia anima è un cartone animato, un cartone animale – la mi anima è un anime, un cartone animato giapponese. In un certo senso lo sapevo già di aver questo fantoccio dentro di me, ma una volta pensavoche fra i due lati della mia indole ce ne fosse uno più autentico dell’altro: naturalmente ero convinta che il lato vero fosse quello immateriale, il lato fatto di sentimenti sinceri. Una sostanza indefinibile, il centro della mia indole, la noce d’uranio dell’essere sincera con me, il cuore dell’identità che produce se stessa e si esprime per quello che è. Ogni volta che mi appoggiavo alla gamba sinistra, quella di cartapesta, sentivo un rumore fasullo sul marciapiede: niente paura, mi dicevo, è solo il pedaggio da pagare al mondo, è tutto quello che non mi appartiene veramente e che mi ha colonizzata, intossicata, sofosticata: farina di altri sacchi, macinata da altri mulini. Non mi fidavo di tutte queste protesi di fantaego, installate nel corpo della mia indole. Ero sospettosa, non mi fidavo più di me quando ciò che facevo, decidevo, dicevo, sceglievo, assomigliava troppo a qualcos’altro che non fossi io pura e semplice; mi sentivo raggirata da tutti i riferimenti, le fonti, i rimandi, le simulazioni, le imitazioni di modi di vivere degli altri filtrati dentro di me: questa non sono io, mi dicevo, io sono io, identica a me stessa, Carolina, Carolina Groppo, anzi, sono Carolina e basta, devo grattare via il mio cognome, i cognomi sono malattie ereditarie, non fanno parte del nucleo vero, dell’identità sincera, devo cominciare a buttare nel cesso il cognome e continuare grattando via tutto lo sporco intorno al nucleo, intorno al centro di me, devo restare carolina e basta, dimenticarmi anche del mio nome, devo fare pulizia di tutte le incrostazioni, devo amputare questa gamba finta, scucchiaiare via dall’occhiaia posticcia questo sguardo da cinema, strappare dalla gabbia toracica il ventricolo di cartapesta, arrotolare e gettare lontano il tubo catodico crasso: il compito della mia esistenza consiste in questo enorme lavoro di disinfestazione, di disintossicazione. Da “conosci te stessa” a “sii spontanea”, tutto cospirava a farmi sprofondare in me, annegandomi dentro la cameretta disadorna della mia autenticità. Conoscermi consisterebbe in questo enorme lavoro di depurazione. Me stessa, dovrei arrivare a me stessa, ma cosa significa me stessa? Me identica a me? Me precisa a me? Me spaccata me? Me sputata me? Me tale e quale a me? Me affine a me? Me analoga a me? Me assimilabile a me? Me conforme a me? Me corrispondente a me? Me equiparabile a me? Me equipollente a me? Me equivalente a me? Me paragonabile a me? Me parificabile a me? Me pari a me? Me proprio me? Me ma proprio ma proprio me? Me e non meme’ perlini? Me memento mori? Me mesmerica? Me medesima meco mi vergogno? Me simile a me? Me di per me? Me in persona? Me incarnata? Me per mia natura? Me personificata? Me di cui si tratta? Me di cui sopra? Me medesima? Me predetta? Me succitata? Me summenzionata? Me sottointesa? Me descritta? Me scritta? Me analizzata? Me vivisezionata? Me intavolata? Me distesa? Me stesa? Me stessa???

Mestessa, mestessa, mestessa, c’è stato un periodo in cui mi chiudevo in camera e ripetevo la parola mestessa, come un mantra, fino a che non significava più niente – per la verità già dopo sei o sette ripetizioni avevo perso qualsiasi significato. Pensavo che fosse questa la parte più vera della mia indole, la parte indefinibile, indescrivibile, indicibile, imprendibile, inafferrabile, nascosta, tenebrosa, tremenda, mistica, sublime, sfuggente, trasparente, aerea, ariosa, leggera, compatta, tuttadunpezzo, irripetibile, piuunicacherara. Quando mi accoccolavo dentro di lei e sprofondavo in mestessa tutto mi sembrava doveroso, benfatto, coerente, liscio, semplice,vero, onesto. Cioè immobile, idilliaco, pacificato, mistificato, ammortizzato, mortificato, fatto coincedere a forza,  piallato, smussato, cartavetrato, semplificato. Oltre a constatare che sono quella che sono, non succedeva nient’altro. Invece un giorno magari arriva il direttore di un giornalino manga e mi appioppa uno pseudomino. All’ improvviso si è fatta avanti quest’altra parte di me, si è messa in azione, mi ha promesso perfino di darmi da mangiare e da vivere, ha radunato tutti i suoi pezzi sparpagliati di carolinità fasulla e si è data un nome e un cognome, Maria Grazia Graticola: e all’improvviso eccomi diventata anche qualcun’altra, altrochè mestessa: ioaltra, semmai. Mestessa è sola una fra i tanti personaggi che gli altri mi hanno trapiantato dentro. La più sopravvalutata delle protagonioste, il mito più potente. Devo smetterla di rivolgermi a lei – come se sprofondassi in pellegrinaggio dentro di me – per le questioni che mi toccano davvero.

Eros e Amore


Eros e Amore


 


 

Il significato del corpo

Oggi siamo circondati da messaggi che ci orientano a una grande attenzione ed esaltazione del corpo, del suo benessere, della sua forma.  Se i corpi devono essere tutti belli, tutti uguali, tutti snelli, tutti alti ecc… allora il corpo non rischia di perdere la sua soggettività e unicità e arrivare all’omologazione sia pur del bello o del  “finto” bello? 
Se il corpo fa invece parte integrante e inscindibile della totalità della persona, della sua storia, del suo mistero, delle sue attese, allora è soggetto.
Nella logica della soggettività, “Io sono corpo”, sono unico, non omologabile. Il mio corpo diventa il mio modo di essere, un “volto parlante” di tutta la persona.

L’eros secondo gli antichi 

Nel Simposio di Platone, Eros è presentato come un dio che è a metà strada tra il bello e il brutto, il buono e il cattivo, il mortale e l’immortale, il sapiente e l’ignorante. E’ stato concepito dall’incontro tra la  serva Penia (Povertà) e il dio Poro (Ricchezza).
E’ desideroso di conquistare il bello e il buono. Di qui il lungo ma appassionato cammino di Eros alla ricerca del bello in un corpo e poi in tanti corpi. Di bellezza in bellezza conclude il suo viaggio incontrando la Bellezza eterna che non nasce e non muore, non s’arricchisce e non diminuisce, non è bella per uno e brutta per l’altro, ma in sé è divina ed eterna.
Questa ricerca appassionata è però destinata allo scacco, al fallimento. 

L’Eros di Platone non scopre il “farsi amare” ma rimane inchiodato nella ricerca spasmodica della Bellezza. 

Il senso dell’eros

L’eros è passione, una passione  che desidera colorare la vita di tutti gli esseri umani, nessuno escluso.
Vorrei provare a illustrare l’eros con un’immagine che ha alcune caratteristiche. 

L’EROS E’ UN GRANDE ARCOBALENO CHE ABBRACCIA LA TERRA MA SI NUTRE DI CIELO.

 Nasce in condizioni particolari

L’eros come l’arcobaleno, compare, si manifesta in condizioni particolari.

E’ sempre diverso

Come l’arcobaleno, l’eros  e’ composto da molti colori, è variegato.
Ci può essere il prevalere di un colore rispetto all’altro con sfumature e intensità diverse. 

E’ delicato e forte

Come l’arcobaleno è delicato e forte allo stesso tempo: può scomparire facilmente  se non è nutrito.
L’eros pur essendo fragile e cangiante, è il luogo dove si dicono e vivono verità profonde.
E’ luogo, esperienza di piacere e di potenza ma anche luogo di vulnerabilità, di disagio.

E’ “sospeso”

Come l’arcobaleno è “sospeso” tra terra e cielo, così l’eros è “sospeso” nella tensione verso l’altro.
In estrema sintesi si potrebbe dire che ci sono essenzialmente due modi di varcare il fossato che separa gli esser umani uno dall’altro: la comunione e la violenza. L’eros sceglie la prima. L’erotismo nella sua impazienza sceglie la seconda. In tutti e due i casi c’è il tentativo di uscire da sé e andare verso l’altro. L’erotismo facendosi dominare dalla sua impazienza, alla fine non riesce ad arrivare all’altro. Resta un ponte non gettato verso l’altro, ma ancora verso se stesso.
L’eros desidera un incontro, l’erotismo desidera un possesso.    

E’ gratuito

Come l’arcobaleno è un gioco gratuito tra gocce di pioggia e luce, tra  nuvole e cielo, così è per l’eros. Anche l’eros è gioco. Gli amanti “presi” dall’eros, rompono con le mansioni quotidiane e il lavoro “utile”. Essi si dedicano a “perdere” del tempo insieme.
Come il gioco è una parentesi positiva della vita, così è per l’eros. Come la vita non può essere tutta gioco, così l’eros non può diventare il tutto, l’assoluto.

Si perde nell’incontro

Come l’arcobaleno si perde nel cielo, così l’eros si perde nell’incontro. Quando ha incontrato veramente l’altro, sparisce, lascia il posto a qualcosa di nuovo.
Il desiderio dell’eros è immergersi nell’oceano dell’amore.
Milioni di goccioline danno origine all’arcobaleno perché si lasciano trapassare dalla luce. Lo splendore dell’eros deriva dalla luce dell’amore che lo trapassa. Solo l’amore è l’origine e il senso di tutto.

Il desiderio sessuale

L’errore di Freud, secondo Fromm, è stato quello di vedere nell’amore esclusivamente l’espressione e la sublimazione dell’istinto sessuale anziché riconoscere che il desiderio sessuale è manifestazione del bisogno di amore e di fusione. 
Oggi sappiamo che l’attrazione sessuale è solo parzialmente causata dal bisogno di sopprimere una tensione. Quello che è fondamentale è soprattutto “il bisogno di unione”.
Gli elementi costitutivi del desiderio sessuale,  che vengono integrati, in modo straordinario e in parte ancora sconosciuto dalla mente umana sono:

la pulsione         la motivazione         l’aspirazione sessuale

Il primo elemento della pulsione o impulso biologico è la parte filogeneticamente più primitiva, su base biologica. Dipende dagli androgeni sia nell’uomo che nella donna.

Il secondo elemento è la motivazione sessuale 

La pulsione sessuale è raramente contemporanea nella coppia. Uno dei due partner può indurre un comportamento cooperativo nell’altro. C’è la combinazione di contatti tra i partner come vista, tatto, abbraccio… In particolare il contatto protratto degli occhi gioca un ruolo importante nel segnalare l’interesse sessuale.
Un altro elemento fondamentale è l’identità sessuale, frutto dell’integrazione di identità di genere, orientamento sessuale, fantasie che lo accompagnano
.
E’ essenziale inoltre la qualità della relazione non sessuale. Una relazione di coppia scadente, deprime il desiderio sessuale.
Il terzo elemento detto dell’aspirazione sessuale o “volere” si sviluppa di più sul piano cognitivo. Si potrebbe dire che è quello più tipicamente umano perché fa riferimento a ciò che si decide di realizzare, al progetto di dono di sé.
In un senso più vasto “il volere” riflette l’autocontrollo nello sviluppo del desiderio sessuale. Il desiderio sessuale è un cocktail straordinario e in parte sconosciuto delle parti sopra illustrate, è vertigine, brivido.
“Il luogo di ciò che non ha luogo, coseità di ciò che non è cosa”

La meraviglia del gesto sessuale

Nel gesto sessuale tra un uomo e una donna avviene qualcosa di straordinario, di unico, di sconvolgente, che sbaraglia gli schemi di tutti i giorni. Vorrei soffermarmi solo su questo aspetto. 

-          essere padroni di noi stessi
-
          avere voglia di gestire il nostro tempo
-
          essere gelosi della nostra intimità.

Questi principi vengono “sconvolti” nel rapporto sessuale. Nell’incontro sessuale, nella nudità totale, siamo senza barriere non solo fisiche ma anche psicologiche.
L’uomo e la donna che hanno un rapporto sessuale, usano mettersi nudi l’uno davanti all’altro. Non si tratta però solo di nudità fisica. Mettersi nudi vuol dire affidarsi completamente all’altro, non avere niente da difendere o da cui difendersi. Essere senza difese, senza riserve, senza tattiche.
Dall’essere “padroni” di noi stessi, nel rapporto sessuale dobbiamo arrivare a “perdere” noi stessi.
Un’altra caratteristica che ci avvolge tutti è il desiderio di gestire il proprio tempo, essere padroni del tempo.
Nel rapporto sessuale dobbiamo fermare il tempo, “perdere” il senso del tempo.
Se sono nel tempo e resto a controllare se tutto procede e non mi abbandono, non perdo tutto di me stesso, il rapporto non funziona.
Un’altra caratteristica che accompagna la nostra vita di tutti i giorni è essere gelosi della nostra intimità. E’ sicuramente un aspetto positivo per la maturazione della persona imparare a gestire l’intimità con se stessi e con gli altri.
Paradossalmente, nel rapporto sessuale, si arriva a vivere questa esperienza straordinaria di intimità con una persona che prima era “sconosciuta”; non si sapeva neanche delle sua esistenza.
Una delle aspirazioni del cuore umano è essere riconosciuto come unico. Il modo allora di riconoscere l’unicità dell’altro è impegnarsi con lui in una relazione “unica.” Il donare il proprio corpo, è impegnarlo in una relazione unica, senza equivalenti. E’ consegnarsi all’altro. Se ho fatto questo dono, l’altro avrà “l’esclusiva” del mio corpo e io del suo.
Superare la gelosia della nostra intimità e arrivare all’abbandono senza riserve.
Questa potenziale e possibile meraviglia del rapporto sessuale deve fare i conti con la realistica fragilità della sessualità umana, impastata di debolezza e finitezza.

La tenerezza via dell’amore

Che cos’è l’amore? Uomini e donne di tutti i secoli hanno tentato di definirlo. L’amore è qualcosa più grande di noi, che non abbiamo inventato noi, ma che dobbiamo scoprire e sperimentare.  L’amore non è qualcosa che si improvvisa, è una palestra in cui ci si esercita per tutta la vita. Tutti. Nel campo dell’amore saremo sempre tutti apprendisti.
Amare è imparare a camminare gustando “il pane che nutre il cuore”: la tenerezza.
La tenerezza non va però considerata come svenevolezza, debolezza. La tenerezza sa sciogliere la rozzezza dei rapporti, vincere la sopraffazione di uno sull’altro, perdonare, rilanciare. Sa fornire un “supplemento di anima” al mondo.
Amare veramente significa amare l’altro per se stesso, desiderare la sua felicità.
Siamo nati da un dono, siamo chiamati al dono.

L’AMORE E’ DONO, UNICO, ORIGINALE E LIBERO.

                                                 Michelangelo Tortalla

 

Corpi


Corpi - Teo Lorini

 

Corpi.

 

Teo Lorini

«Magari», dice G. con un cenno alla pancia dove sta crescendo la sua bambina nuova nuova «è lei ad attirarle. O forse mi sta solo rendendo più sensibile». È un fatto, mi spiega, che da qualche mese inciampa in situazioni complicate. «E tutte hanno a che fare con il corpo».
Una collega al lavoro ha una sindrome da stress che la deforma. In certi giorni il viso, il collo, le mani, cominciano a gonfiarsi. Non ha capogiri, nausee o altri sintomi, ma fa impressione il modo in cui la sua testa e le braccia si trasformano gradualmente e in modo grottesco, senza che lei possa fare nulla per impedire questo processo.
Un'altra invece si è appena sottoposta a un'operazione contro le smagliature. Per cinque ore un laser le ha scrutato l'epidermide, cancellando imperfezioni e cicatrici. Nell'interno delle cosce, sulle natiche, persino all'attaccatura del seno, ogni singola plica di pelle è stata irradiata, cauterizzata ed espunta.
Poi c'è un'amica d'infanzia che sta leggendo libri e articoli sull'intervento per il cambio di sesso. È molto più difficile per le donne che per gli uomini, sostiene. Per ricostruire una sorta di protesi fallica, vengono impiegati brandelli di pelle prelevati da sotto il braccio. Il risultato è un simulacro molliccio e sporgente che, ovviamente, non ha possibilità di erezione.
Si affollano immagini di incisioni e cicatrici, di tessuti e mutazioni, mucose turgide e labbra di ferite esposte. Chiudo gli occhi per scacciarle ma anche le mie palpebre sono lembi su una lacerazione. Di tutti coloro che si trovano ora in questo bar e fuori, a calpestare le crepe del marciapiede umido di pioggia, l'unico corpo ancora integro e inalterato è quello, nuovo e incompiuto, della bambina che si sta formando nella pancia di G. Lo rimarrà, almeno fino a quando le sue orecchie saranno complete e le parole che ora risuonano ovattate e indistinte nell'amnio innescheranno anche in lei l'idea della trasformazione.

Kaori


CHIE-CHAN E IO

Banana Yoshimoto

 

Feltrinelli

p 111

 

KAORI 1

  

Mi ascolti con grande attenzione, però si capisce che fondamentalmente non sei interessato ai discorsi degli altri. Si sente che il tuo vero nemico è la noia. Tutto ti annoia presto. Hai scritto in faccia che ormai non ti aspetti più niente dalle persone. Ti capisco perché anch’io, per certi aspetti, ero come te. Prima di Chie-chan.

Ero una che quando comprava un mazzo di fiori, mentre li mettevo nel vaso, già pensavo a quando sarebbero appassiti. Mi dicevo: dureranno una settimana? Se si seccano prima questi fiori, magari li tolgo e quelli che restano li sistemo in un vaso più piccolo…

Tentavo di prevedere tutto. Se tutto era come avevo immaginato, mi sentivo tranquillizzata, e contemporaneamente annoiata. (Shinoda annuisce) Ma Chie-chan riesce davvero, fino al momento in cui il fiore appassirà, ad affidare tutto al fiore. Per me il tempo era qualcosa che avanzava, spostandosi sempre in avanti. Ma il tempo di Chie-chan si divide in momenti, che si scompongono in momenti ancora più brevi, e in ognuno i mondi si moltiplicano, mostrando infiniti colori abbaglianti. L’ho imparato. E la mia noia è scomparsa.

Al mercato






 
Al mercato

Tiziano Scarpa

 
Al mercato di Pjaca
ci sono venditrici
che hanno una merce sola.

 
Vecchie col fazzoletto nero in testa
ma anche giovani in jeans.

 
Chi vende qualche chilo di cicoria.
Chi ha un mucchietto di fichi.
Chi venti uova e basta.

 
Non ero abituato
a comprare una cosa scontornandola
dallo sfondo, pensandola
nella sua unicità.
Ritrasformandola da merce a cosa.

 
È un po’ come sposarla.

 
Io di solito compro per contagio,
per scaffali adiacenti,
salto di merce in merce.

 
Anche le bancarelle più lussuose
qui hanno sei o sette tipi di verdure.
In due metri quadrati
di più non ci può stare.

 
E d’altronde lo spazio
è lo stesso per tutti.
Stessa tendina a righe,
stesso banco di vendita.

 
Ma non è un posto triste.
La forza dell’offerta è collettiva.

 
Preso singolarmente, ogni individuo
dà quello che può. È quello che è.
Non finge chissà quale varietà
di mercanzie incredibili.
Propone ciò che ha.
Non gli si può chiedere più di tanto.

 
Con questo non pretendo
indulgenza, però…
Oggi ho soltanto questi pomodori.

 

La poesia è tradotta in croato, l’ultimo verso suona cosi’ :
 Ali socne su i slasne, i moje


martedì 20 dicembre 2016

L' Isola

L’ISOLA
Tutti sanno che Odisseo naufrago, sulla via del ritorno, restò nove anni sull’isola Ogigia, dove non c’era che Calipso, antica dea.

CALIPSO   Odisseo, non c’è nulla di molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un’isola.
Hai veduto e patito ogni cosa. Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito. Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino. Perché continuare ? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi ? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre.
ODISSEO  Una vita immortale.
CALIPSO  Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto?
ODISSEO   Io credevo immortale chi non teme la morte.
CALIPSO   Chi non spera di vivere. Certo, quasi lo sei. Hai patito molto anche tu. Ma perché questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto? Perché i discorsi che vai facendo tra gli scogli?
Odisseo. Se domani io partissi tu saresti felice?
Calipso. Vuoi saper troppo, caro. Diciamo che sono immortale. Ma se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai sogni, se non deponi la smania e non accetti l’orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci.
ODISSEO  Si tratta sempre di accettare un orizzonte.
E ottenere che cosa ?
CALIPSO   Ma posare la testa e tacere, Odisseo. Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi dei che il mondo ignora? Perché sprofondano nel tempo, come le pietre nella terra, loro che pure sono eterni. E chi son io, chi è Calipso?
ODISSEO   Ti ho chiesto se sei felice.
CALIPSO   Non è questo, Odisseo. L’aria, anche l’aria di quest’isola deserta, che adesso vibra solamente dei rimbombi del mare e di stridi di uccelli, è troppo vuota. In questo vuoto non c’è nulla da rimpiangere, bada.  Ma non senti anche tu certi giorni un silenzio, un arresto, che è come la traccia di un’antica tensione e presenza scomparse ?
ODISSEO   Dunque anche tu parli agli scogli ?
CALIPSO   E’ un silenzio, ti dico. Una cosa remota e quasi morta. Quello che è stato e non sarà mai più. Nel vecchio mondo degli dei quando un mio gesto era destino. Ebbi nomi paurosi, Odisseo. La terra e il mare ma obbedivano. Poi mi stancai; passò del tempo, non mi volli piú muovere. Qualcuna di noi resistè ai nuovi dei; lasciai che i nomi sprofondassero nel tempo; tutto mutò e rimase uguale; non valeva la pena di contendere ai nuovi il destino. Ormai sapevo il mio orizzonte e perché i vecchi non avevano conteso con noialtri.
Odisseo. Ma non eri immortale?
CALIPSO  E lo sono, Odisseo. Di morire non spero. E non spero di vivere. Accetto l’istante. Voi mortali vi attende qualcosa di simile, la vecchiezza e il rimpianto. Perché non vuoi posare il capo con me, su quest’isola?
ODISSEO   Lo farei, se credessi che sei rassegnata. Ma anche tu che sei stata signora di tutte le cose, hai bisogno di me, di un mortale, per aiutarti a sopportare.
CALIPSO   E’ un reciproco bene, Odisseo. Non c’è vero silenzio se non condiviso.
ODISSEO   Non ti basta che sono con te quest’oggi ?
CALIPSO   Non sei con me, Odisseo.
Tu non accetti l’orizzonte di quest’isola.
E non sfuggi al rimpianto.
CALIPSO  Quel che rimpiango è la parte viva di me stesso come di te il tuo silenzio. Che cosa è mutato per te da quel giorno che terra e mare ti obbedivano ? Hai sentito ch’eri sola  e che eri stanca e scordato i tuoi nomi. Nulla ti è stato tolto. Quello che sei l’hai voluto.
CALIPSO  Quello che sono è quasi nulla, caro. Quasi mortale, quasi un’ombra come te. E’ un lungo sonno cominciato chissà quando e tu sei giunto in questo sonno come un sogno. Temo l’alba, il risveglio; se tu vai via, è il risveglio.
ODISSEO  Sei tu, la signora, che parli ?
CALIPSO  Temo il risveglio, come tu temi la morte. Ecco, prima ero morta, ora lo so. Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento. Oh non era un patire. Dormivo. Ma da quando sei giunto hai portato un’altr’isola in te.
ODISSEO   Da troppo tempo la cerco. Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi. Io non posso accettare e tacere.
CALIPSO   Eppure, Odisseo, voi uomini dite che ritrovare quel che si è perduto è sempre un male. Il passato non torna. Nulla regge all’andare del tempo. Tu che hai visto l’Oceano, i mostri e l’Eliso, potrai ancora riconoscere le case, le tue case ?
ODISSEO  Tu stessa hai detto che porto l’isola in me.
CALIPSO   Oh mutata, perduta, un silenzio. L’eco di un mare tra scogli e un po’ di fumo. Con te nessuno potrà condividerla. Le case saranno come il viso di un vecchio. Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai più solo che nel mare.
ODISSEO  Saprò almeno che devo fermarmi.
CALIPSO  Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, non si ferma mai più. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo… 
ODISSEO   Non sono immortale.
CALIPSO   Lo sarai se mi ascolti. Che cos’è la vita eterna se non questo accettare l’istante che va ? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto ?
ODISSEO   Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
CALIPSO   Dimmi.
ODISSEO   Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.

CESARE PAVESE

Il brano è tratto da Dialoghi con Leucò,  pubblicato nel 1947.